Dopo il diluvio

Una storia grottesca e paradossale, in bilico tra narrazione epica e ambizione tragica, in realtà profondamente comica, di una comicità antica, che però sembra proprio alludere clownescamente al nostro reale contemporaneo.

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Il libro in breve

Un paese incastrato in una conca profonda sotto il livello del mare e una pioggia fitta e insistente (un diluvio) che finisce per riempirla fino all’orlo. Il paese è sommerso: c’è qualcosa che ottura la valvola del canale di scolo… Siamo in un luogo senza tempo da qualche parte nel cuore dell’Europa; forse nella prima metà del ’900, così sembrano suggerire alcuni dettagli come il telegramma, la sigaretta, il furgoncino del latte, i caratteri tipografici del passaporto di Lisetska. Allo stesso tempo, sembra di essere entrati in un buio Medioevo dove quel diluvio e la follia che scuote e inebria i personaggi fanno pensare alle storie sulla fine del mondo…

Fin dall’inizio il macabro cede il passo al grottesco, a un’abile narrazione in chiave comica dal ritmo incalzante che investe e travolge ogni cosa trasformando la tragedia in farsa: Krauss si suicida tagliandosi le vene con un pennino, il mite Signor Keller si rivela un folle che stupra la giovanissima Nana, l’adultera Lisetska diventa per il Pastore Thulin la strega che ha portato la sciagura sul paese. Personaggi che sembrano usciti dai dipinti di Bruegel e Bosch ma anche Bertoldo, Bertoldino e Cacasenno, divertenti e inquietanti allo stesso tempo.

Anteprima

La testa bulbosa del contadino Marz stava reclinata tra le spalle e il cappello: le orecchie dritte, un occhio chiuso e uno aperto nascosti nell’ombra gettata dalla tesa. Era un cappello di vimini mangiato dai topi e l’ombra che disegnava sul volto del contadino era imprecisa, l’unico genere di ombra che potesse permettersi – eccezion fatta per quella delle vacche che nelle ore assolate punteggiavano i campi. Qualche mosca ronzava attorno, un cavallo nitriva nel bosco e le nuvole si accumulavano.
Il contadino Marz guardava la strada seduto su un mucchio di fieno e aspettava che il nemico arrivasse.
Arriveranno coi porcari di Baden-Baden e i mastri ferrai di Feldenburg, fantasticava rosicchiando uno stelo, e vorranno, com’è ovvio, spazzarci via senza pietà… ma se io rimango a vedetta le teste di latta saranno colte di sorpresa. Sei intelligente, Thomas Marz, tua madre – santa donna! – ti ha dato quattro arti robusti e un cervello fino, sfrutta il sale in zucca che ti ritrovi e anticipa le mosse dell’invasore… se solo avessi ascoltato mio padre e mi fossi arruolato! Oggi sarei come minimo soldato semplice!
Così si diceva dall’alto del monticello, preso dal suo gioco preferito, la paranoia, e rimpiangeva i tempi andati, le scelte sbagliate di una vita passata a sudare e quella madre che lo aveva allattato al seno troppo a lungo. Ogni pensiero era una via di fuga, una scusa per rimanere lì ancora un po’, e nel frattempo i campi di rape seccavano, lasciando presagire con largo anticipo i tempi di magra che incombevano sul paese […].

* * *

Il Pastore Thulin fu svegliato di soprassalto da Eda Gebick, proprietaria del Venusberg, il bordello della città. La ragazza accovacciata accanto a lui – grassa come una botte, ma tanto morbida – lanciò un gridolino e, istintivamente, si coprì i seni trabordanti.
Non fare la cretina Jenny! disse Madame Gebick spiccia. Vèstiti in fretta e scendi.
Thulin, confuso, per qualche istante assistette muto alla scena, appena alzato faceva fatica a pensare con lucidità. Si diede un pizzicotto. Era sveglio. Jenny, davanti al grande specchio ovale, gli dava le spalle mentre si rimetteva la stretta biancheria di seta – il suo sedere elefantiaco, tanto familiare, si comprimeva faticosamente nelle mutande. Eda Gebick, donna di quasi settant’anni, leggermente gobba, col volto scavato da rughe nette e spigolose, se ne stava appollaiata sulla sua gamba di legno arricciando col dito una ciocca dei corti capelli fulvi. Il suo sguardo era di marmo e con le unghie della mano sinistra ticchettava sullo spigolo della porta.
Forza!
[…]