L’acqua alta e i denti del lupo

Josif Džugašvili a Venezia

Nel 1907, un giovane anarchico georgiano, che combatte a suo modo contro l’Impero russo di Nicola II, decide di intraprendere un lungo e tortuoso viaggio clandestino. Obiettivo: arrivare a Berlino per incontrare segretamente Lenin.

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Il libro in breve

Josif Džugašvili nascosto nella sala macchine di un cargo che trasporta grano, parte da Odessa per arrivare al porto di Ancona. Da lì, con l’aiuto degli anarchici del posto, raggiunge Venezia presentandosi alla soglia del Monastero di San Lazzaro degli Armeni, nella laguna veneta, dove sarà ospite dei padri mechitaristi. È una leggenda? Negli anni Cinquanta il giornalista italiano Gustavo Traglia cercò di scoprire le motivazioni che portarono Josif in Europa, ma la pubblicazione delle sue ricerche fu ostacolata da chi preferiva mantenere un’assoluta segretezza su quel viaggio, anche a distanza di molti anni. Perché?

L’autore indaga sulla vicenda, insegue le poche tracce e i tanti pseudonimi che Josif dissemina lungo il suo cammino, raccoglie indizi e rintraccia le fonti. Assieme a lui torniamo ad ammirare la Venezia delle calli, dei sotoporteghi, dei ponti, dei tramonti in laguna. Tra i turisti che sbarcano dai “mostri bianchi” e i veneziani che si tengono stretta la loro città, riusciremo forse a scoprire se nel 1907 il bolscevico è davvero stato lì.

Anteprima

Avevo visto Pietro Ingrao in televisione poche settimane prima, intervistato in occasione di una ricorrenza, seduto su una poltrona probabilmente a casa sua, con una sciarpa rossa al collo.
Pensavo a Giovanna seduta accanto a lui mentre gli leggeva lentamente il mio messaggio, scandendo bene le parole e le date, i suoi cenni di assenso, quando nella parte introduttiva del mio messaggio ricordavo il suo periodo da direttore de «l’Unità», le sue mani centenarie portate alle tempie per prendere tempo nel tentativo di recuperare un ricordo.

Alcuni giorni dopo arrivò la sua risposta, sempre per mano della nipote: era passato troppo tempo perché suo nonno potesse ricordare un evento così lontano. Forse era davvero stata solo una chiacchierata al tavolino di un caffè di Roma, uno scambio veloce di opinioni che in qualche modo era bastato a fermare la penna di Traglia.
La guerra non era ancora diventata un ricordo da commemorare a decenni di distanza, forse Traglia e Ingrao si strinsero la mano e tornarono a occuparsi ognuno della propria Italia; il giornalista con la convinzione che avrebbe indagato ancora e il direttore sicuro che il tempo avrebbe fatto la sua parte cancellando i deboli indizi che aleggiavano sulla pagina di un quotidiano qualsiasi.