Piccolo bestiario indiano

John Lockwood Kipling
A cura di Alessandra Contenti

Un bestiario scritto alla fine dell’Ottocento e illustrato dallo stesso autore, curioso osservatore e abile disegnatore dell’epoca.
Nella traduzione di Alessandra Contenti il recupero di un piccolo capolavoro che raccoglie, con una scrittura fresca e ironica, aneddoti, leggende, curiosità sugli animali nell’India coloniale.

Il libro in breve

John Lockwood Kipling (1837-1911) ebbe il merito di essere padre di Rudyard Kipling, o si potrebbe dire, rovesciando la prospettiva, che Rudyard ebbe la fortuna di essere figlio di John, certamente oggi meno noto di lui, ma tutt’altro che estraneo alla formazione della sua arte narrativa e alla sua esperienza dell’India.
The Pater – come lo chiama Arthur Ankers, nel titolo della sua biografia – “the best and most genial of fathers”, come lo descrisse il figlio, fu di per sé una figura singolare per personalità, ruolo familiare e per la conoscenza, unica nel suo genere, di tradizioni, culture e costumi indiani, formatasi in una vita intera di lavoro e studio nel sub-continente.

Iniziata nel 1865, anno in cui, appena sposato, si trasferì a Bombay (dove fu insegnante d’arte e dove sarebbe nato Rudyard) si estese nel lungo periodo trascorso al Nord, a Lahore, nella regione del Punjab (oggi Pakistan) dove fu curatore del locale museo; ivi rimase fino al pensionamento (e al ritorno in Inghilterra) e in quella veste viene descritto nella scena di apertura di Kim, il famoso romanzo del figlio.

L’elefante, La scimmia, Le vacche e i buoi, I rettili e I richiami degli animali sono alcuni capitoli del divertente – e dotto – volume Beast and Man in India (1904).

Anteprima

Nel suo procedere lentamente, ancheggiando, somiglia piùche a ogni altra creatura a quegli anziani e robusti pescatori che trascinano la sciabica a riva nelle località di mare inglesi i cui capaci pantaloni – un caso unico in fatto di abbigliamento – possiedono la stessa rugosa abbondanza orizzontale.
Fu Dickens a dire, tanto tempo fa, che l’elefante si serve dai peggiori sarti del mondo. Eppure quelle grinzose colonne hanno suggerito ai poeti orientali una sorta di grazia femminile, tal che l’espressione “ancheggiare come l’elefante” è la suprema e tipica descrizione dei voluttuosi movimenti muliebri: “La voce dolce del Koil, l’andatura sensuale dell’elefante; il vitino del leone, l’occhio dell’antilope” sono esempi di una lunga serie di varianti descrittive della beltà muliebre.
Né appartengono solo alla poesia tradizionale, ché anzi sono tanto comuni oggi quanto una volta; nel camminare dietro a un elefante, o a una donna, ho colto anch’io, di tanto in tanto, il senso dell’allusione di quelle immagini poetiche, anche se quel paragone, come tanti altri della poesia orientale, è una pura convenzione letteraria.
Il nostro bestione avanza così lentamente che sembra scivolare; al tempo stesso i suoi movimenti hanno qualcosa dell’ondeggiare ritmico e del nobile incedere di una formosa donna indù.

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