Poche parole che non ricordo più

Su una scena che evoca vagamente una Campania ancora felix, il protagonista di questo libro, con la guida del musicista Gargiulo e della sapiente Rossana, ci trascina in un viaggio picaresco, nell’atmosfera sospesa di un territorio in cui s’incontrano musicisti blues e e conoscitori di mappe, appassionati di footing visionari e piastrellisti gran lettori di poemi antichi, mimi professori e filosofi ricoverati al manicomio criminale.

Un piccolo, prezioso manuale di sopravvivenza, una boccata d’ossigeno per animi stanchi come i nostri.

 

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«Rossana in risposta al mio racconto disse solo poche parole che non ricordo più. So soltanto che quasi subito dopo averle ascoltate, caddi in un sonno profondissimo. Sognai che avanzavo di notte in un deserto tastando la sabbia con un bastone alla maniera dei ciechi, mentre un grosso cane bianco con le orecchie penzoloni che mi accompagnava faceva il seguente discorso:

“Nel futuro, per una disposizione legislativa, sarà vietato leggere e scrivere. Non esisteranno più librerie, scrittori, lettori. Sperdute in posti lontanissimi, sopravvivranno soltanto delle tipografie-samizdat. Per arrivare alle tipografie-samizdat bisognerà superare ogni volta una serie di prove anche a rischio della vita, prove di ogni tipo. Ci vorranno mesi o addirittura anni per raggiungerle. Si sentirà parlare, in alcuni casi, di gente che non ha mai fatto ritorno da queste tipografie sperdute, oppure di uomini partiti giovanissimi con una plaquette di poesie da stampare, e ritornati vecchissimi al loco natìo senza più memoria della ragione per la quale erano partiti – in ogni caso senza più memoria di alcuna intenzione poetica o letteraria. Alcuni di questi uomini diventeranno tutt’altro da quanto fantasticavano nel loro breve sogno giovanile: qualcuno trascorrerà la vita a fare il cameriere, qualcun altro il camionista, qualcuno il professore o il cantante. In qualche caso capiterà che nel frattempo le sue poesie saranno state stampate e distribuite tra lettori clandestini, passando di mano in mano con grande gioia e soddisfazione. Arrivando, talvolta, anche sotto i suoi occhi, cioè sotto gli occhi proprio di quel cameriere o proprio di quel camionista o di quel professore o di quel cantante, il quale, leggendole, avrà un vago ricordo di qualcosa di familiare e lontano. Sarà così che dalle tipografie-samizdat tornerà a uscire la voce dei primi uomini. Finalmente torneranno nel mondo i poeti-filosofi, che con l’ingenuo atto di nominare danno vita al mondo, lo conoscono e ne gioiscono. Lo stupore tornerà a regnare sovrano […]”».

 

***

 

«La vecchia megera dei sotterranei di Napoli non era una vecchia megera, come poi venni a sapere. Era solo una vecchia, che tutti definivano megera per mancanza di rispetto, come di solito si manca di rispetto, giudicando dal piedistallo della propria morale, a chi si conosce poco o per niente. La “propria morale”… è sempre così che funziona: vedute a distanza di sicurezza e giudizi sommari. Mentre mi avvicinavo alla vecchia, il vecchierello sdentato, seduto alla sua destra, mite nello sguardo e molto facondo, subito prese a dirmi: “Ué, guaglio’, tu staje ccà pe’ senti’, è overo?”. Sì, confermai, stavo lì per ascoltare. E lui: “Ma pecché nun vai a vede’ ’a televisione? Ce stanno tante cose là dinto!”. Per me non c’era niente nella televisione, e poi all’epoca più stavo fermo più diventavo nervoso. “Va buo’, allora sta’ a senti’. Io sono il figlio della vecchia megera, come la chiamano, ma song pure ’o ’nnammurato suojo. Lo so, ti pare strano. Viviamo qua sotto pe’ necessità, perché ci direbbero che simmo immorali, contrari alla natura e chissà quante altre cose. Ma tu ‘o ssaje che cos’è ‘a natura, e che significa immorale? Io nunn’o ssaccio”. Neanch’io lo sapevo, ammisi. Lui continuò: “’A signora ccà è ‘na femmina che tu nun puo’ sape’ e nun puo’ capi’ quanto vale. ’E ffemmene valgono quanto ll’oro, sapeno tutto, nuje nun sapimmo niente. Devi stare molto vicino alle femmine, si vuo’ capi’ qualche cosa, solo qualche cosa, perché ’o riesto è nu mistero che ’e ffemmene se teneno tutto per sé. Diceno che ‘a signora ccà è ’na zoccola”, spiegava, indicando la vecchia, che a queste parole sogghignava trasognata e pudica come una fanciulla in fiore, “però ’na zoccola è ’nu deposito ’e sapienza, perché ogni corpo umano lei sa come si muove e come funziona”».

 

 

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