Taklamakan

La grande caccia al tesoro dell'archeologia

Il più spaventoso dei deserti, il Taklamakan: “la terra della morte” nasconde un grande tesoro archeologico.

Ai primi del Novecento, dopo i primi ritrovamenti casuali, la febbre della scoperta cominciò a salire e si scatenò una corsa frenetica verso l’Asia centrale, nel Turfan, nel Kansu, lungo la Via della Seta. Una gara per arrivare primi e razziare di più.

Fu la più grande avventurosa e temeraria “caccia al tesoro” di tutta la storia dell’archeologia, giocata da uomini leggendari: lo svedese Sven Hedin, l’anglo-ungherese Aurel Stein, il tedesco von Le Coq, il francese Paul Pelliot, il giapponese conte Otani, l’americano Langdon Warner.

Prefazione di Stefano Malatesta
14,50 12,32
Il libro in breve

Dalle pagine più belle di Sir Marc Aurel Stein, pubblicate nel 1912, Marc Roubaix estrae e ricostruisce questa avventura memorabile di esplorazioni e scoperte nel deserto del Cathay, uno degli angoli più remoti e inospitali della terra. Luoghi di una storia antica che continuano a nascondere misteri e a restituire emozionanti sorprese: le “Grotte dei Mille Buddha”, i siti di Lou Lan e Dunhuang, il lago fantasma del Lop Nor, i ritrovamenti di Turfan e le incredibili mummie del Bacino del Tarim.

Anteprima

Il Taklamakan era il cimitero di tutte quelle fiorenti città, esistite in un’epoca remota, inghiottite da uno dei luoghi più spaventosi della terra. Il celebre esploratore Sven Hedin, che era stato fra i primi ad affrontarlo, lo considerava “il peggiore e più pericoloso deserto del mondo”: in confronto al quale, avrebbe aggiunto più tardi Aurel Stein, i deserti d’Arabia erano assolutamente “domestici”. Le temperature vi variavano dai cinquanta gradi estivi ai meno quaranta invernali e il fiume Tarim che attraversava la sua parte settentrionale, una profonda depressione assai al di sotto del livello del mare, si perdeva e scompariva verso est negli acquitrini salati del Lob Nor come cancellato, inghiottito da una natura che non tollera alcun segno di vita.