“Ma tu chi sei?”

Alzheimer, la sindrome del tramonto

Il libro dal titolo originale «Do I know you?». Living through the end of a parent’s life, Kodansha International, New York-Tokyo-London ha vinto il premio New York State Foundation for Literary Non-Fiction.

Ristampato nel 2004, in America ha avuto un ottimo successo di vendite ed è stato recentemente tradotto anche in cinese.

Traduzione di Gabriella Bacelli
Il libro in breve

Una storia esemplare di una figlia e di un genitore, un testo illuminante e toccante per chi vive accanto a una persona cara affetta dal morbo di Alzheimer.

Bette Ann Moskowitz narra con sguardo sensibile l’esperienza dell’invecchiamento e della malattia della madre: dalla manifestazione dei primi sintomi al ricovero e alla permanenza in una casa di riposo. Ci racconta il senso di colpa e d’inadeguatezza, i dubbi cui la difficile condizione la mette di fronte, il confronto serrato e a volte dissonante con la sorella. Le riflessioni sul “diventar vecchi”, sulla perdita progressiva di memoria, e sulle sue implicazioni psicosociali, affidano al lettore un patrimonio di conoscenze anche pratiche che l’autrice ha acquisito per esperienza diretta nel corso degli anni.

«Questo è il libro che avrei voluto leggere quando ho iniziato a vivere questa esperienza: qualcosa che mi potesse dare ciò di cui via via avevo bisogno: suggerimenti, testimonianze, rassicurazioni e sostegno».

[Il libro] coglie tutta l’intensità e l’amarezza che c’è nel declino di un genitore […] Diretto, audace, coraggioso.
«Time»

Anteprima

La mamma ha deciso di trasferirsi a Miami senza consultare mia sorella o me; senza timore d’essere sola, senza alcuna preoccupazione per l’avanzare dell’età, si è costruita una nuova, magnifica vita. Le sue uniche concessioni alla vecchiaia erano i foglietti che ci abituammo a vedere in giro per l’appartamento – vicino al telefono, in un cassetto del comò, perfino nello scolapiatti sopra il lavello – con i nostri nomi, indirizzi, numeri di telefono e le parole: «Se mi succede qualcosa, chiamate…». Un giorno ci disse, senza sentimentalismi, che aveva fatto in modo che il suo corpo venisse trasportato a New York una volta morta, per risparmiarci tribolazioni e spese. Mia sorella e io sapevamo che la sua intenzione era quella di vivere fino alla fine della sua vita in questa che, in un certo senso, era stata la sua prima casa. Una volta, vedendo per strada una persona anziana particolarmente fragile e provata, mia madre disse brusca, alla sua maniera: «Se dovessi ridurmi così, fatemi fuori, sparatemi».

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