Un monaco free-lance

Tra Vietnam e Cambogia

Un giovane reporter con un passato da etnologo viaggia nel sudest asiatico in cerca di storie.

Dopo essere stato sul punto di prendere i voti nel monastero di un saggio abate, scrittore di best-seller, e aver vagabondato assieme alla chef più celebre del Vietnam, il protagonista si ritrova sulle tracce di una ragazza scomparsa nella giungla cambogiana e riapparsa all’improvviso vent’anni dopo.

Approderà a Phnom Penh − avendo rischiato di sposarsi un paio di volte e anche di affogare per uno spazzolino da denti − per mantenere una promessa fatta anni prima a un anziano danzatore, suo maestro, sopravvissuto alla fame, alla guerra, a Pol Pot e alla moglie quarant’anni più giovane.

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Il libro in breve

Che c’entra un monaco, uno che rinuncia al mondo e alla libertà, per una vita tutta clausura, Dio e penitenza, con l’essere free-lance, cioè libero di muoversi e scrivere dove, quando e per chi gli pare?
Eppure questa è proprio la condizione in cui si trova il reporter protagonista di Un monaco free-lance, drogato d’esotismo e avventura, in viaggio per l’Asia in cerca di storie e animato dalla necessità di libertà interiore che da millenni muove e ispira i saggi e i folli.

Per interpretare l’andamento dell’anima, da anni calcola settimanalmente il trend notturno delle sue polluzioni e cerca di consumare il minor numero di quadratini di carta igenica, ancora incapace di togliere quell’ultimo sottile velo che lo separa dalla più profonda realtà interiore delle budella.
Ha creato l’impopolare www.noinonscopiamo.it, festeggiando i primi mille giorni senza amplesso in un remoto angolo del nordest della Cambogia. Praticante di una castità e di una religione fai da te, senza dogmi, capi, né contratti, deve far ritorno a Phnom Penh e al suo passato da etnologo, legato a una promessa fatta anni prima al suo maestro.

In una ragnatela d’incontri e avventure il protagonista rimane però intrappolato nel solito disagio, l’essere un monaco senza abito, un giornalista senza fede, una specie di vecchio cercatore d’oro senza il setaccio, che pesca a mani nude nella melma del subconscio.

Anteprima

Raggiungo il mercato per l’appuntamento con la guida. Si fa chiamare Joan ed è un gran fumatore, ma non parla una parola d’inglese. L’ho rimediato soltanto la sera prima, con la testa incerottata, scartando l’idea di andare via in solitaria.
Per pochi dollari mi scorterà fino a Khon Niak, visto che deve percorrere quella stessa strada. Vuole sbrigarsi e fa intendere che andremo veloci. Così partiamo subito per Lumphat, con il pieno e una bottiglia di benzina d’emergenza ciascuno. I quaranta chilometri di strada che ci separano dal vecchio capoluogo di provincia scorrono che è una meraviglia sulla solita lingua battuta di terra. Pochi veicoli vista l’ora, che ci risparmiano da nebbie di polvere rossa e un fresco che invita alla guida, ma ora che Banlung è lontana, sono costretto ad affrontarmi. La verità è che seguo la via del reporter perché non mi basto. A parte il futuro che incombe, dettando parabole fallimentari, c’è una fame di conoscere che mi rende perennemente curioso, inchiodando il cervello alla realtà dei fatti. Malgrado sappia benissimo che ci saranno sempre storie che non potrò seguire, mondi che rimarranno ignoti e che la verità nella storia, nelle storie, è una costruzione di cose che torna, finché non se ne trova una migliore. E mille vite non basterebbero per riempire una testa di tutto ciò che c’è da sapere. Ma il problema forse è nell’idea stessa di conoscere, una sensazione che conforta sul momento, un’astrazione che ci rende più facile la vita e orgogliosi di noi stessi, dei veri intelligentoni, mentre la realtà è in continuo divenire, impermanente, come diceva quel saggio errante di Budda. Si muove fluida, incessantemente, dentro e fuori dai confini del corpo. Che non sia il concetto del sapere una delle più grosse bufale create della mente umana?