Viagginversi

Sulle tracce dei poeti contemporanei. Giappone, Cina, Libano, Palestina, Senegal

Un lungo viaggio in giro per il mondo — Giappone, Cina, Libano, Palestina, Senegal — per incontrare noti poeti contemporanei.
L’autrice, Valeria Gentile, si confronta e chiede loro quale può essere il valore della poesia nella realtà contemporanea e nel loro Paese.
Nel libro, anche attraverso le voci e i testi dei poeti Akira Takenami, Ho Wu Yin Ching, Husam Alsabe, Joumana Haddad e Alioune Badara Bèye si descrivono i caratteri delle comunità e dei territori, cibo e passioni, città moderne e storie antiche.

 

Akira Takenami è poeta e regista e insegna arti visive all’Università di Tokyo. Le sue poesie sono state premiate dalla World Haiku Association.

Ho Wu Yin Ching insegna letteratura cinese all’Università di Hong Kong. Le è stato conferito per tre volte il Premio Biennale per la Letteratura Cinese.

Husam Alsabe è pittore e poeta. Ha pubblicato libri di poesia e insegna pittura alle scuole elementari di Jenin, Palestina.

Joumana Haddad, poetessa, artista e giornalista, vive a Beirut, Libano; i suoi libri sono tradotti e pubblicati in molti paesi del mondo. Parla sette lingue ed è stata selezionata come una delle donne arabe più influenti nel mondo.

Alioune Badara Bèye è poeta e scrittore di Dakar, Senegal. È il presidente della Federazione Internazionale degli scrittori di lingua francese.

Prefazione di Paolo Rumiz
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Il libro in breve

Per Valeria Gentile la poesia è un’attrazione autentica, come autentici sono i suoi viaggi.
Viagginversi, dal latino inversus: al rovescio, al contrario, all’opposto.
Viaggi non abituali e altre scoperte sulle tracce dei nuovi poeti del mondo.
Straordinari giri contromano dentro lingue e abitudini, passi capovolti e rivoltati in una direzione nuova: da fuori a dentro, da Oriente a Occidente, viaggi in versi per cantare la bellezza che salva ogni giorno l’umanità.

“La poesia è viva e lotta insieme a noi”.

Anteprima

Sulla piazza di una foglia di loto
cade, sottile come un ago
l’ombra di una libellula

Dinosauri soppiantati
dagli umani, ora con
febbre da fieno
(Akira Takenami)

Al piano inferiore di Tokyo c’è una città sottopelle.
È il suo brulicante ventre fatto di budella metalliche e destini incrociati. Intestini robot sotto un’umanità distante, frattaglie high-tech ultima generazione, dove il sole è lontano anni luce e i cuori pulsanti del sottosuolo sono rivenditori automatici di biglietti. È la Tokyo Metro, il dragone sotterraneo che non perdona. Nel circuito folle che sposta alla velocità della luce cose e persone, tutto è pensato nei minimi dettagli per automi che deambulano con tacchi o ventiquattrore senza mai voltarsi indietro.
È una corsa contro tempo e spazio, una guerra all’ultimo timbro.
I titoli di viaggio nella metropoli giapponese sono il lasciapassare per una vita di insonnie e di stenti, di puntualità e condotta zen. Ogni individuo è un treno in corsa, un elegante vagone espresso attrezzato di doveri e diritti, un razzo di classe che ha una destinazione da raggiungere a qualunque costo. Mai intralciare il percorso, mai rompere il ritmo: stare anche solo per un secondo nella traiettoria di questi droni antropomorfi è come trovarsi sotto una pioggia di meteoriti.

Le viscere ad alta frequentazione di Tokyo battono tutti i record di sicurezza e comodità. Sono non-luoghi asettici, disinfettati, impassibili. Sterili e freddi come le narici di un immenso dragone mummificato. Numeri, colori e sigle hanno sostituito le vene della terra e i suoi umidi profumi; ingressi e uscite, colonne e corridoi, frecce e direzioni, cartelli e vetri sono coperti di una patina surreale di fumetti e simboli.
C’è una Tokyo al di sotto di quella che appare, una realtà parallela, un’avvisaglia di terremoto sotto la superficie: come un segno impercettibile in un gesto di sfida, un indizio di onnipotenza e delirio, un presagio di disfatta, una premonizione (di lotta) tra genuino e fittizio.
La Tokyo Metro è il termometro della furia del mondo. 13 linee, 300 chilometri, 285 stazioni nel centro, 4000 vagoni. Sono venuta qui a cercare la poesia, o almeno il bisogno di lei, il suo seme. Qui, camminando lungo le fondamenta della fretta, oltrepassando la linea gialla, sento sulla pelle il vento provocato dal dragone che arriva.
Prendo la linea rossa Maranouchi dalla stazione Shinjuku, diretta verso est dal corpo unico della fiumana gelata. Nessuno parla, tranne la voce metallica della cyber-signorina che elenca con eleganza le fermate, in giapponese e poi in inglese, la nuova lingua della fretta.

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