Paolo Morelli commenta “Passaggi”

Il libro di Paolo Pergola piace agli scrittori.

«Un libro così mette voglia di vagare, o di divagare. Sono delle tranches de vie che alla fine si ricompongono nella constatazione che i tempi sono cambiati, l’autostop è pressoché scomparso, ma pure il protagonista è cambiato, ha moglie e figli ora, anche se, come in una voglia insopprimibile che è quasi un vizio, ci ricasca appena può.

Si può avere la tentazione di considerarlo un vademecum per l’autostoppista o meglio il tentativo di costruire sull’esperienza quel minimo di regole (“poche macchine molto autostop”), indicazioni e procedure dell’arte (“tanto più è facile esser presi su, quando più è rischioso” o, “sulle isole i passaggi sono buoni”), regole che inevitabilmente diventano psicologiche (“se sono tranquillo, se sono libero”) fino al campionario degli oggetti, l’armamentario e le tipologie degli autostoppisti. In realtà si tratta di un libro di narrativa tout court, e questo proprio grazie allo stile.

L’autore ha frequentato a lungo la cosiddetta “scuola emiliana” e si sente soprattutto nell’agile parlabilità del testo, nella sua voce che finisce per rappresentarne la logica stessa. Diciamo che l’autore ci gioca, proprio come gioca con “le leggi ferree e ascetiche della filosofia autostoppale”.

Perché hai voglia a cercar di trovare regole al caso, cosa che il protagonista fa puntualmente nelle riflessioni sul posto che sembrano i veri punti cardine della narrazione, in realtà ciò che avvince l’autostoppista è proprio l’aleatorietà che lo attende sulla strada, fino alla sfida al caso e all’opportunità. Si sente a suo agio in solitario (“viaggiare da solo è come essere a un livello superiore di coscienza”), tende al non-fare, o al lasciar fare al caso dato che non può far altro un autostoppista, ad abbracciare insomma tutte le difficoltà e le occasioni perse. Partire, andar via in autostop per lui significa accettare la precarietà, l’incertezza, quel mettere alla prova la fortuna, in questo senso assume quasi la forma di un esercizio spirituale. L’atteggiamento si barcamena tra curiosità abbacinata e disincanto, in cerca di una specie di giusta misura, della giusta distanza dell’osservatore.

Quello che gli interessa è esser lì con “lo stile statico dell’autostoppista realista”, e le divagazioni o digressioni che quelle pause gli consentono, se non fosse immerso nell’incertezza non potrebbe averle. Lo stile statico dell’autostoppista realista si rivela quindi anche lo stile del narratore, mai versato ad avventure mirabolanti. Della vita resta solo l’essenziale, vale a dire l’incertezza, il non poter veramente controllare nulla. Non c’è niente dell’assillo nevrotico di altri viaggiatori, qui è la felicità dell’andare che si scopre e reinventa passo per passo, felicità dell’andare che ha nella scrittura il suo autostoppiere.

Io credo che la chiave di lettura l’autore la dichiari già nell’introduzione, quando rivela ciò che ha imparato, vale a dire che “fidarsi della gente è più semplice”, più utile ed efficace. E il libro si chiude con un suggerimento per ritrovare questa fiducia. Quasi di fretta, annota che “mi rintronano in testa le parole del monaco con cui ho parlato ieri, il nous sarebbe, mi diceva, il sesto senso, la percezione dello spirito, ce l’hai ma non lo sai, ecco cosa mi diceva”.

Un libro costruito con sapiente leggerezza comica, forse per nascondere in superficie l’intuizione preziosa».

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