Aspettando il diluvio la comunità collassa al ritmo dell’ultimo valzer

La Stampa - Mattia Feltri

«Dopo il diluvio ecco che cosa illumina il sole: un teatro di demenza e allucinazione. È soltanto un paesello, ed è tutto il mondo con le sue marionette di un carillon. C’è la guerra alle porte, qualcuno resta di vedetta se all’orizzonte appaiono messaggeri di distruzione, ma la distruzione avviene da dentro, comunque, il cancro è sempre dentro. Ma non si vuole metterla giù troppo dura, non si capisce bene dove siamo e in che tempo, e non si capisce bene se chi racconta sia dentro o sia fuori, sta in un delimitare tutto suo col suo sguardo allegro sopra alla follia, a vedere come il grottesco e il sanguinario passeggino così volentieri a braccetto. In fondo anche qui, come nel tempo eterno, il prete va a braccetto con la puttana stando bene attento a non farsi vedere, e mentre l’acqua scola via dalle strade, lasciando cadaveri mutilati e universali misteri di quartiere, la giustizia trova il modo di andare a braccetto col linciaggio, stando bene attenti che ognuno veda, però. Ognuno va soprattutto a braccetto con sé stesso, avvinghiato a paranoie esclusive e collettive, si consumano duelli di sciabole contro stecche da biliardo, pistolettate e sassaiole, facce che per la paura si nascondono dentro grosse natiche, maiali squartati, rabbini suicidi, l’acido cacciato a forza dentro il sindaco a sciogliergli le budella, e i suoi uomini che abdicano in salvezza della loro vita irripetibile, perché conta conservare la pelle intatta, giusto la propria e quella degli altri non conta, non è mai davvero contata. Ecco che cosa succede dopo il diluvio, intanto che si aspetta il nemico in un paese che non è più un paese, «le vie non più vie ma fili di bava appiccicosa», succede il disfacimento preventivo, il collasso della comunità al suono di un valzer e di sordi tamburi. Un capolavoro. Un’inattesa folgore tra le mani. Tocca dire che robe così non si leggono di frequente, e sulla schiena di Leonardo Malaguti, esordiente venticinquenne, visionario senza essere febbrile né illusionista, titolare di una lingua gestita in proprio, gran burattinaio di esistenze qualunque e dunque eterne, cioè scrittore vero, verissimo, lasciamo tutto il peso del giudizio. Se saprà reggerlo, il domani è suo (per fortuna nostra)».

Recensione a

Dopo il diluvio

di Leonardo Malaguti



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