Calunnie, il tarlo di Rio

di Gigliola Reboani
La vita cattolica / 8 mag 2014

«La verità autentica è sempre inverosimile. Per renderla più credibile, bisogna assolutamente mescolarvi un po’ di menzogna». Parola di Dostoevskij. Ma non è dello scrittore russo che intendiamo trattare, bensì della brasiliana Ana Maria Machado che, nel romanzo “Infamia”, da poche settimane in libreria, sul concetto di calunnia costruisce la trama di un lungo racconto ambientato a Rio de Janeiro, una città che sotto la coltre di un torpore tropicale scandito dal ritmo del samba e del choro (la struttura portante della musica strumentale tradizionale brasiliana) nasconde le pecche di una democrazia giovane, malata di corruzione, terreno fertile per scandali, frodi, malversazioni…

Sullo sfondo della storia, quindi, il Brasile “malato” delle istituzioni (tra correità e denuncia dei media); in primo piano, invece, le vicende personali di due uomini, diversi per ceto sociale, per cultura, per condizione familiare, per professione. L’uno, Manuel Serafim Soares de Vilhena, ex ambasciatore, la cui figlia è morta (lui crede) per una patologia cardiaca; l’altro, Custodio, impiegato ministeriale, vittima della maldicenza dei suoi colleghi. Espediente narrativo di congiunzione tra le vite dei due uomini è Jorge, figlio di Custodio e fisioterapista dell’anziano Manuel (che sta perdendo la vista: non è forse questa una metafora della verità che sta sotto i nostri occhi eppure non è visibile?!); fil rouge “filosofico” che lega Manuel a Custodio è invece l’essere entrambi vittime, prima inconsapevoli (schiacciate dalla passiva ingenuità che deriva dalla buona fede), poi tristemente coscienti, della calunnia.

 



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