09/04/2015

Massimo Roscia intervistato a Mangialibri

mangialibri.com - Angelo Piero Cappello

Sono in nave, partecipe di una crociera letteraria nel Mediterraneo, e ascolto una serie di presentazioni di libri, dibattiti, tavole rotonde… sul mare! All’improvviso, viene presentato Massimo Roscia, autore di uno stravagante romanzo sulla lingua italiana e sulla sua decadenza dovuta a parlanti improvvisati e superficiali, fanatici dell’anglo-aziendalismo rampante fatto di “briefing”, “light lunch”, “soft power”, mentre annegano nei “qual’è”, nei “daccordo” nei “se vorrei” e nei “pultroppo”. Mi accaparro subito una copia del libro e mi ritiro in cabina per leggerne alcune pagine. Inutile dirlo, resto in cabina fino all’ultima pagina del volume e ne esco solo per precipitarmi a intervistare l’originale autore: Roscia, romano di quarantacinque anni, critico enogastronomico e giornalista di turismo culturale, locutore originalissimo, affabulatore impertinente e instancabile, affascinante critico della contemporaneità linguistica e letteraria, con una propria discutibile ma nitida visione delle cose e del mondo e soprattutto con un bagaglio di scritture alle spalle già sufficiente a delinearne un profilo preciso di autore letterario.

[…] Omicidi, torture, complotti a scopo di “legittima difesa” e tutela dell’integrità del nostro patrimonio linguistico identitario. Questi gli ingredienti de La strage dei congiuntivi, un giallo scritto in violazione di ogni prevedibile struttura narrativa di genere…
Proprio così.

La «questione della lingua» italiana, da Dante a Pasolini e Calvino, passando per le teoriche di Manzoni e Ascoli, da sempre è stata vincolata agli estremi alternativi della tradizione o dell’innovazione: l’aulico passato letterario o la volgar lingua contemporanea, ricca di prestiti, calchi e dinamismi osmotici da interscambio. Con il tono leggero e scanzonato dell’ironia, il romanzo sembrerebbe prendere le difese della tradizione: è così?
«La sconsiderata favella altera, cannibalizza, corrompe, avvelena, infanga, sfigura, strazia, tormenta, amputa, umilia, inquina, imbarbarisce, appesta, deturpa, abbatte, tortura, devasta, oscura, saccheggia, lacera, annichilisce». La vittima, la vera vittima, è la lingua italiana; i personaggi (bislacchi) del mio romanzo, seppur con metodi violenti e in maniera plateale, si limitano a reagire per difenderne l’integrità ed esaltarne la bellezza. Detta così, sembrerebbe che l’Autore – da un po’ di tempo mi capita di parlare in terza persona e incoronarmi con una maiuscola – abbia voluto schierarsi apertamente dalla parte dell’aulico passato letterario. È, palesemente, una guerra dichiarata ai , stò, , ai qual’è, ai pultroppo, propio e senpre, agli avvolte (a volte), ai daccordo e d’avvero, alle reiterate mutilazioni della lettera h nel verbo “avere”, ai piuttosto che usati impropriamente con valore disgiuntivo. È, palesemente, una guerra dichiarata alle reggenze errate, ai verbi intransitivi goffamente resi transitivi, ai singolari invertiti con i plurali, le maiuscole con le minuscole e i maschili con i femminili. È, palesemente, una guerra dichiarata alle k che si sostituiscono ai digrammi ch, agli impianti desinenziali presi a bastonate, ai segni di interpunzione trascurati o maltrattati, alle inutili sovrapproduzioni di avverbi, ai fastidiosi diminutivi iperbolici (un attimino). È, palesemente, una guerra dichiarata ai congiuntivi dimenticati, ai congiuntivi sbagliati, ai congiuntivi troppo disinvoltamente e sbrigativamente riposti in cantina per far posto ai più pratici indicativi. È, palesemente, una guerra dichiarata al pandemico scadimento lessicale e – volendo ampliare la metafora – al degrado culturale, alla crisi dei valori e alla perdita dell’identità. Ma, a una più attenta lettura, si coglie – o dovrebbe cogliersi – anche la consapevolezza da parte mia (nel frattempo mi sono riappropriato di una più consona prima persona singolare) che l’unica lingua che non cambia è quella morta. L’italiano è una lingua viva e, quindi, soggetta a evoluzione, mutamento, contaminazione, osmosi… E nel romanzo le situazioni spinte al parossismo, i tratti caricaturali e i toni saccenti – talvolta fastidiosamente saccenti – dei personaggi servono, salomonicamente, a riportare in equilibrio i termini della questione, schernendo anche i puristi, i talebani, i fanatici, i misoneisti, i nostalgici e tutti quelli che, proprio come il sottoscritto, ucciderebbero per un congiuntivo invertito con un condizionale. […]

 

Recensione a

La strage dei congiuntivi

di Massimo Roscia

220
8,49


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