La dimensione empatica dell’antropologo. Intervista a Matteo Meschiari, autore del romanzo-saggio “Artico nero”

di Dario De Cristofaro
Flanerí / 18 apr 2017

«Già Marc Augé parlava di antropofiction, anche se lui lo aveva usato in un’accezione diversa, riferendosi a un tipo di simulazione antropologica con scopi comparativi. Per me è altro, antropofiction non significa inventarmi i dati, ma inventarmene il meno possibile. Sono intervenuto in due modi facendo fiction: uno, effettuando una scelta stilistica a livello letterario, ho scritto sette storie con sette stili diversi, da quello più giornalistico del primo capitolo a quello più narrativo dell’ultimo; due, tentando di lavorare sulla visibilità, perché se c’è una cosa che non fa la scrittura scientifica è proprio quella di “far vedere” le cose. A questo si aggiunge poi la mia personale ossessione per il cinema e la fotografia. Mi interessava molto rendere visibile un altro mondo, un mondo lontano, poco conosciuto, anche attraverso il rilievo paesaggistico, l’atmosfera, la luce, aspetti che in genere mancano nella scrittura accademica, perché assolutamente non pertinenti. Per questo amo la letteratura di viaggio a sfondo antropologico, molto più del saggio antropologico, perché riesce a restituirmi aspetti e dettagli assenti o addirittura censurati».

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