La felicità nascosta sotto pile di maglioni

di Alessandra Selmi
Il Cittadino di Monza e Brianza / 30 Nov 2017

“Il tono è quello sognante e un po’ sconclusionato di una fiaba: «C’era una donna che pensava di essere triste. La sua tristezza aveva forma di tondi e di losanghe e, attraverso quelle losanghe e quei tondi, lei la guardava come fosse un panorama, o uno scorcio di paesaggio da sbirciare dall’alto. La donna pensava che quella tristezza fosse molto intonata alla tenue sfumatura crema e al soffice color grigio dell’ambiente circostante».

Comincia così il viaggio della “donna che pensava di essere triste”, la seguiamo mentre incontra sarti che vogliono costruire musei della tristezza, gatti saggi e monumenti parlanti, perfino copie di se stessa un po’ diverse dall’originale.

Cos’è dunque la tristezza? Il romanzo di Marita Bartolazzi ci racconta che la tristezza è prima di tutto una scelta. Se non si può scegliere la maggior parte delle cose che ci accadono, possiamo però scegliere come affrontarle e interpretarle. Così gli eventi che incontriamo sul nostro cammino non sono mai del tutto carichi di negatività o positività, e questo vale perfino per i lutti e le sfortune orribili, così come per gli innamoramenti e le vincite al lotto. Gli eventi, in buona sostanza, vengono al mondo neutri e chi stabilisce se siano una grande tragedia o una grande fortuna siamo noi, col modo in cui decidiamo di vederli e viverli.

La donna che pensava di essere triste se ne va in giro col suo fardello di tristezza addosso, in cerca di qualcosa che le confermi di

essere triste. Pensa addirittura che essere triste la renda più amabile. Custodisce la propria tristezza come si impilano maglioni, decide di risiedere nel Paese della tristezza, si circonda di persone tristi e quando ne incontra una che dichiara di essere più triste di lei si indispettisce, poi si interroga se per caso non abbia sbagliato paese.

Ma questo libro è un libro sulla tristezza? E può parlare di tristezza un romanzo, o meglio una fiaba? La risposta ce la dà il gatto saggio:

«Chi sa dire di avere il cuore spezzato non lo ha. Chi dice di essere triste non lo è davvero. Le parole sono un recinto e un recinto è un confine che definisce. Solo le cose senza nome e parole sono vere».

Dunque, no, affatto: “La donna che credeva di essere triste” è una trasognata fiaba sulla felicità, che parlando di tristezza con toni leggeri e svagati tratteggia, come una foto in negativo, un bellissimo inno alla felicità. Non la felicità fragile e inconsistente che viene dalle cose esteriori, dall’accumulo smanioso di colpi di fortuna, promozioni al lavoro, oggetti nuovi, amicizie spensierate e amori a lieto fine, ma quella fiamma interiore che nessuna tragedia, nessuna perdita, nessun lutto possono spegnere.

La donna che pensava di essere triste è un inno alla vita.”



© 2013 omgrafica s.r.l. - Via Fabrizio Luscino, 73 - 00174 Roma - P.IVA/Cod.Fisc. 09551781009 Telefono 06 76962014 - Fax 06 76900592 - email: info[at]exormaedizioni.com