“La strage dei congiuntivi” su Mangialibri

di Angelo Piero Cappello
mangialibri.com / 9 apr 2015

Gross Donkey è assessore comunale alla Cultura e sta tenendo un discorso introduttivo al convegno dal titolo «Cogido ergo sun: ovvero la filosofia per vivere meglio». Naturalmente, l’errore ortografico riporta fedelmente l’errore di pronuncia che l’assessore compie abitualmente, quello scambio di fonemi spesso compiuto da chi poco ama e poco stima l’integrità della lingua italiana, mentre l’inavvertito travisamento del verbo latino offende e umilia non solo la lingua madre dell’italiano, ma la stessa identità di chi vive ove “il sì suona”. Fra gli astanti al convegno è presente il bibliotecario del comune che, al contrario dell’assessore, è un vero cultore della lingua, del suo funzionamento e perfino della sua etimologia: non sfugge al bibliotecario alcun errore, non sfuggono al suo orecchio le offese, non passano inavvertite le umiliazioni che, attraverso un parlato sciatto e trascurato, vengono inferte alla lingua più bella e musicale del mondo. All’uscita  dal convegno, l’assessore viene ucciso a colpi di bastone, esattamente con quelle bastonate che quel politico di bassa lega ha voluto infliggere alla lingua. Questo il movente dell’omicidio. Ma chi ha ucciso l’assessore? Cinque personaggi, tutti affetti da una sorta di patologia derivante da iperfanatismo verso la lingua e la semantica, tutti di specifica professionalità nel mondo reale – si tratta, oltre al bibliotecario, di un dattiloscopista della polizia, un analista sensoriale, un professore di letteratura sospeso dall’insegnamento e un esperto di semiotica, semantica, filologia, epigrafia, codicologia, diplomatica e archivistica, cultore di lingua arcaiche e rare e strenuo difensore della purezza della lingua italiana – ma tutti dotati di una ulteriore identità onomastica di antichi grammatici e filosofi che ne riferisce l’appartenenza ad una sorta di ideale accademia di puristi: Dionisio Trace,  Eutichio Proclo, Cratete di Mallo, Asclepiade di Mirlea e Partenio di Nicea. Una banda degli onesti della lingua, puristi fino al punto di essere capaci di perseguire e finanche perseguitare e uccidere chiunque attenti alla lingua italiana compiendo strage di congiuntivi, omicidi di preposizioni, ferimenti e gravi menomazioni di sintassi, profonde lesioni all’ortografia…
Un delirante ed esilarante  romanzo giallo che ha la capacità di sfuggire a ogni vincolo di modello narrativo, a ogni costrizione di appartenenza linguistico-stilistica, a ogni omaggio verso fonti e riferimenti autoriali del presente e del passato (anche se qualche stravagante cultore potrebbe sospettare “convergenze parallele” con il Borges de L’Aleph e “sintonie diacroniche” con il d’Annunzio de Il secondo amante di Lucrezia Buti). I punti cardine su cui si appoggia l’intera macchina narrativa e stilistica sono  invece la parodia e l’ironia: la parodia di quanti, con differenti gradi di consapevolezza e quindi di responsabilità, osano parlare e scrivere un italiano approssimativo e scorretto che ne denuncia la limitata statura alfabetica; l’ironia verso chi, all’opposto, amerebbe una lingua irrigidita negli schemi immobili di una tradizione che ne offende le capacità di ammodernarsi e le infinite possibilità di accogliere e concedere “pezzi” della propria identità (dal singolo fonema all’intero lemma, dall’incedere sintattico alle determinazioni deittiche) ad altre e da altre lingue. Un libro che sembra scritto per suscitare il sorriso pietoso del lettore verso alcuni parlanti “istituzionali” e aumentare la consapevolezza che la salvaguardia della propria appartenenza identitaria – linguistica e culturale – parte proprio dalla piena conoscenza e dal corretto utilizzo degli strumenti linguistici che hanno fatto grande questa nostra Italia nel mondo. Un libro, questo di Roscia, che sembra scritto per chi ama la lingua italiana e ne vuol difendere l’identità profonda di cultura che la alimenta, di contro a quanti neoanalfabeti della lingua madre e fanatici del plurilinguismo pretendono di “implementare” (credendo di “incrementare”) e di “forwardare” (intendendo semplicemente “inoltrare”).

 



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