Mosca di sotto

di Marco Rossari
The Towner / 20 mag 2016

«È impossibile liberarsi di quel personaggio tenero e disadattato che si muove tra i paragrafi e i vagoni, tanto che anche in questo libro prezioso firmato in realtà da due autori (Elisa Baglioni e Francesco Ruggiero, nascosti – sprofondati anch’essi – sotto il nome di Sparajurij, un collettivo che da tempo imperversa a Torino dietro all’idea, senz’altro underground, della “scrittura totale”) l’io della coppia si coagula attorno a un solo personaggio-persona perso in un romanzo-inchiesta o in un reportage romanzato o semplicemente in un sogno sulla Mosca underground della poesia e della prosa e perfino della traduzione, un Poeta Svagato che attraversa la città, dietro ai fantasmi della storia letteraria e alla grazia di una poetessa diafana dal nome Ksenia (Xenia?), con una sagoma esile “da uccello ferito”.

[...]  In questo libro [...] il nostro Poeta Svagato entra nel testo cittadino e nel corpus letterario con una serie di momenti propriamente russi. Prendiamo l’episodio in cui il Poeta Svagato si trova a chiacchierare con un poeta russo, forse anche più svagato di lui. Costui gli racconta della nostalgia che ha per il periodo in cui lui e i suoi sodali si trovavano a disquisire di poesia in cucina, in una serie d’incontri che vennero chiamati prima i Lunedì e poi i Martedì e poi chissà come ma immagino via via con i giorni della settimana (poeti: prosciugati dell’estro dai conati poetici), allora il nostro Poeta Svagato ha un’illuminazione ed esclama di avere letto di queste riunioni nel libro di uno slavista italiano. L’altro poeta è stupito e lusingato, tanto che comincia a vantarsi con tutti di quella menzione nel saggio di uno slavista italiano, solo che quando il Poeta Svagato torna in Italia e va a controllare, si rende conto mortificato di avere confuso uno con l’altro. Peggio. Quando il poeta russo gli scrive per avere il riferimento bibliografico, il Poeta Svagato messo all’angolo s’inventa qualcosa e nasce così un fantomatico Errori in un libro di viaggio, che chiude il cerchio o chissà lo riapre in qualche bibliografia scritta in cirillico. Non è un Charms in purezza?

Oppure l’episodio in cui il Poeta Svagato perde il portafogli durante una serata in cui oltre alla vodka gli sono stati versati nel bicchiere troppi versi della Nuvola nei pantaloni, e atterrito all’idea di aver perso timbri e visti (esule e perseguitato in Russia, per mano propria, più grottescamente che mai), costringe tutto il locale ubriaco a farsi mostrare le registrazioni delle telecamere di sicurezza. E quindi, ecco il gruppo, sbronzo marcio, a rimirare con occhio acquoso su un piccolo schermo in bianco e nero tutta la serata passata. Gesti, declamazioni, scemenze, tutto rivisto a velocità accelerata dagli stessi protagonisti ancora fradici, fino all’alterco con un altro gruppo di poeti e una mossa avventata su un divano, che porta all’innocente scivolamento del portafogli tra i cuscini dello stesso. Non è uno Dziga Vertov ancora più disassemblato, keatoniano?

Oppure l’episodio in cui alcuni operai entrano di sera nella stanza del Poeta Svagato, in un dormitorio infestato di blatte (figura-cardine di diversi componimenti russi, va detto) e gli portano via una finestra, lasciandolo senza per un’intera notte, e poi sostituirla il giorno successivo come se niente fosse. Non è già un Dovlatov? Non rende Gogol’ un banale realista?

Perdersi, inabissarsi. [...] Forse questo testo avrebbe dovuto sottotitolarsi: “Come sopravvivere a qualsiasi cosa con la letteratura”, o sottovivere, o vivacchiare, o smarrirsi in un limbo-libro a metà strada tra la vita e la parola. Quando riemergi, orientarsi senza nemmeno una scritta è difficile. E ti chiedi, un po’ come per i frigoriferi: nei libri, quando li chiudi, regna davvero il buio? E la metropolitana moscovita di notte non continuerà ad andare portando i fantasmi di un tempo?»

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