Né in cielo né in terra di Paolo Morelli

di Guido Conterio
Poetarum Silva / 30 mag 2016

«Ci sono romanzi che, in virtù di un alto grado di eufonia, interpellano direttamente l’orecchio del lettore, senza concedergli tempo e, talora, nemmeno possibilità di soffermarsi a individuare, delucidare ed eventualmente giudicare la grana strettamente narrativa delle righe che gli scorrono sotto gli occhi.

[...] L’ultimo lavoro di Paolo Morelli si iscrive precisamente in questa minoritaria (ma preziosa per la sopravvivenza stessa della buona letteratura) categoria di proposte narrative: volte a restituire in prosa quei valori metrici e agogici che la poesia dei poeti, nel frattempo, va perdendo di suo, magari non senza legittime ragioni. La prima assonanza che balza alla mente, anzi al timpano per l’appunto, nel percorrere pagine sempre così musicate e scoppiettanti è infatti quella con la scrittura, contagiante quant’altre mai, di Paolo Nori: un’affinità di toni e artifici certo non pedissequa, comunque abbastanza marcata da invogliare chi legge ad ergersi oziosamente ad arbitro di un’immaginaria sfida fra i due autori.

[...]  E lo scenario in parola non è qui niente di meno che l’Urbe: citata stravolta irrisa, difesa parodiata compianta con levità e fervore ideativo felliniani, ma rinunciando espressamente ai fasti, e prestidigitazioni, e magniloquenze pittoriche di cui un autentico tributo felliniano si sarebbe attrezzato; accantonando cioè in partenza l’indimenticabile cifra filmica di “Roma”, per imprigionare invece il sognaccio autoriale entro i confini altamente emblematici di un diroccato palazzo di rione, minacciato dagli “ultracorpi” di un’oltraggiosa, e falsa, riqualificazione abitativa, ma tuttora impregnato dei più nobili umori popolani. Dove un’eroica umanità residuale, anzi in più di un senso già morta, oppone, lungo uno spettro di registri esteso dal patetico al demenziale, la dignità di un arrangiarsi millenario al sinistro raziocinio del nuovo che avanza».

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