Quando l’elefante ha le paturnie

di Fabrizio Scrivano
il Manifesto / 3 ott 2015

«J.L. non fu mai pro­pria­mente uno scrit­tore – nella vita fece altri mestieri, l’artista, docente in Acca­de­mia e fu anche con­ser­va­tore di siti monu­men­tali della colo­nia bri­tan­nica del sub-continente indiano. Ciò nono­stante Beast and Man in India: a Popu­lar Sketch of Indian Ani­mals in Their Rela­tions with the Peo­ple, un cor­poso volume stam­pato nel 1891 a Lon­dra e accom­pa­gnato da un cen­ti­naio di incan­te­voli illu­stra­zioni, quasi sem­pre dell’autore stesso, rivela un sor­pren­dente talento nar­ra­tivo. Gioca a favore anche la scor­re­vole tra­du­zione nella sua prima par­ziale edi­zione ita­liana, curata da Ales­san­dra Con­tenti: Pic­colo bestia­rio indiano.

Non si tratta magari di sto­rie d’invenzione né tanto meno di sto­rie per ragazzi, bensì di vera e pro­pria sag­gi­stica, che ha il pre­gio di avere un carat­tere molto nar­ra­tivo. E se si ricor­dano i temi di alcune pro­du­zioni let­te­ra­rie del figlio Rudyard (Il libro degli ani­mali, Il libro della giun­gla, primo e secondo) l’argomento può certo dirsi fami­liare. Qui, più pre­ci­sa­mente, si parla este­sa­mente della con­vi­venza tra gli esseri umani e gli ani­mali, sia quelli dome­stici sia quelli sel­va­tici. L’edizione ita­liana ha sele­zio­nato i quat­tro capi­toli del libro dedi­cati alla scim­mia, all’elefante, alla vacca e ai ret­tili, e ha tra­dotto un capi­tolo dedi­cato ai richiami per gli ani­mali; inol­tre, sono ripro­dotte mol­tis­sime illu­stra­zioni tra quelle auto­grafe di J.L.K.

Una scelta più che suf­fi­ciente per pro­vare l’emozione di col­lo­carsi nello sguardo stra­nis­simo dell’autore, come solo può esserlo quello di un uomo delle colo­nie, stu­dioso di arte, desi­de­roso di cono­scere e far cono­scere una terra e una civiltà che con­si­dera sua, o della quale non vor­rebbe pro­prio sen­tirsi solo ospite armato, e che per que­sto si tra­sforma in una spe­cie di antro­po­logo, senza molti stru­menti dell’antropologia cul­tu­rale in verità. Viene forse più facile pen­sarlo come un testi­mone e un osser­va­tore (e in effetti lo fu per mestiere, visto che si occupò per conto del governo bri­tan­nico di docu­men­tare la vita arti­stica e arti­gia­nale dell’India del Nord) fatal­mente inna­mo­rato dei suoi soggetti.

John Loc­k­wood, infatti, ha la straor­di­na­ria capa­cità di fon­dere in una fluente linea discor­siva ciò che appar­tiene alla sua espe­rienza imme­diata, diretta e super­fi­ciale (quella che potrebbe appar­te­nere a un qual­siasi inglese di pas­sag­gio o appena arri­vato) a ciò che invece è il pro­dotto di un appro­fon­di­mento fatto di inchie­ste, inter­vi­ste e let­ture di ogni tipo (ciò che appar­tiene all’inglese resi­dente). Così che le sue pagine diven­tano vera legenda, cose da leg­gere, e anche un po’ da sognare, seb­bene non vi sia alcun­ché di fan­ta­stico, se non le stesse mito­lo­gie pro­dotte dagli indiani, hindu e musul­mani, intorno ai loro animali».



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