Recensione a Paolo Morelli “Né in cielo né in terra”

di Fabrizio Scrivano
Diacritica / 30 giu 2016

«I morti parlano. Parlano e raccontano. Anche da morti. Non stanno mai zitti. O forse bisognerebbe dire: non si stanno mai zitti. Sarebbe più rispettoso, essendo i morti a cui mi riferisco tutti romani. Hanno deciso questa volta di andare a tormentare uno scrittore. Lui era un po’ giù in quel momento. E ha creduto che i fantasmi avrebbero potuto dargli aiuto. Come tante volte era successo nella storia letteraria. Con le loro storie, con la loro strana prospettiva, con lo sguardo di chi non ha nulla da perdere, con gli atteggiamenti un po’ cinici e un po’ stoici dovuti alle circostanze confuse, di esserci e non esserci.

Sarebbe giusto riferire le loro storie, certo tutte un po’ strampalate. Non si capisce se sono loro che tendono a renderle più buffe di quanto siano, come se un sorriso sardonico, non proprio il sorriso della morte, un “ridacchio interiore” li scuotesse; oppure è questo medium improvvisato, lo scrittore intendo, che confonde l’azzurrino del suo schermo per lumicini soprannaturali. E gli viene da ridere. E noi giù con lui, e con loro.

Paolo Morelli nel suo ultimo romanzo, Né in cielo né in terra, si fa chiamare Augusto, perché diamo per scontato che sotto lo scrittore che da voce ai morti ci sia lo scrittore che vuole dare voce a sé stesso. La prima persona lo vorrebbe far credere. Magari non è così, ma in fondo non interessa.

Interessa di più sapere che abbiano da raccontare questi morti. Vogliono conservare il palazzo in cui hanno vissuto da vivi. Vorremmo anche sapere perché sono ancora lì. Sono andati da Augusto perché sanno che fa il ghost writer, noi diremmo il negro. E sperano che li aiuti a scrivere quel libro che non sono capaci di scrivere, con il quale fare tanti soldi da poter comprare il palazzo, per preservarlo dagli sconvolgimenti di una nuova proprietà. Augusto gira per il palazzo e li ascolta, e, mentre ascolta, scrive i loro racconti. Li abbellisce, li rende più lisci, più comprensibili. Sono tanti e tutti bellissimi. Qui non se ne riassume neppure uno, certi che, se lo si facesse, si tradirebbe l’autore. Sono, infatti, i racconti tutto un miscuglio di lingua e pensieri che non si possono tradurre, neppure riassumere (che poi è un modo di tradurre). Vanno letti e basta.

E allora di che parlare? Meglio parlare intanto del modo di fare dello scrittore preso in affitto. Il quale, coinvolto dall’incarico e rispettoso della clientela, fa il suo mestiere fino in fondo. Però, nell’occasione gli affiorano in mente tante domande, ma due sembrano ossessive. Che senso ha scrivere e che senso ha fare i mestieri che gli corrispondono, oggi e in una circostanza così strana, di dover prendere la voce dei morti? E, poi, c’è uno stile per loro? Sempre che esista ancora una cosa come lo stile? Già è difficile concentrarsi su questi problemi; in più i fantasmi gli complicano la decisione, perché pretendono da lui qualcosa di poco chiaro: ora vorrebbero questo ora quello. L’autobiografia? No, è un genere superato. Un racconto corale? L’idea piace, ma funzionerà? Una favola? E chi ci crede più alle favole… però, però, non è una brutta idea.

[…] Non so se Augusto è Morelli. Sinceramente non ho capito bene neppure se Augusto è vivo o pensa di esserlo. Si può dire, comunque, che Augusto è un sornione. Guarda, osserva, non si intromette, cerca di capire. Ha pure un qualche piccolo tic verbale significativo, un certo suo modo per marcare la distanza, la reticenza. Fa parte della scena ma non fa parte della scena.

[…]

se si guarda alle figure che corrono nel libro (e per figure intendo le immagini e i luoghi sui, e coi, quali si fanno i racconti), ce ne sono talmente tante, come se fosse passata in rassegna una piccola enciclopedia letteraria. Prestito o citazione, parodia o omaggio da tanti libri vecchi e nuovi: ciascuno ci riconoscerà le proprie letture. Sarà divertente farlo.

Ma l’elemento più decisivo è il linguaggio. Un po’ di discorso indiretto libero assicura, anche lì dove il suono non si faccia esplicito, una cantilena romanesca. Ma non bisogna farsi ingannare. L’opera sulla lingua non si ferma lì. Anzi, non c’è naturalismo linguistico. Più accurato è il cursus del linguaggio comune, dell’italiano comune. In parte parlato, con frequenti deissi lessicali e ripetizioni, così come ellissi e anacoluti. In parte scritto, cioè grammaticalmente sorvegliato e attento alle cacofonie, che sono naturali nel parlato. I due registri si alternano, ma si può dire che prevalga per quantità e qualità il secondo, la scrittura. Intanto, perché ad essa è affidata la parte narrativa. La mano di Augusto guida nel fitto dei racconti e nel condominio. Poi, perché sul piano del lessico è lì che si sente un maggior lavorio: come una volontà di piantare parole forti, stridenti, inaspettate, provocatorie al posto di quelle che uno si aspetterebbe. Infine, è lo scritto che media le voci dei morti o dei fantasmi. Alle loro voci viene anche dato uno spazio parlato, ma poi, quando raccontano quel che leggiamo, è la scrittura di Augusto.

Non si è di fronte a un’operazione estetizzante, qualcosa che volesse giocare con l’intera gamma dei toni che i suoni e le parole possono prendere. I toni scherzosi e le stiracchiature sono sempre un segnale ambiguo, se si abbia voglia di “cincischiare” oppure di ragionare. Questo giocare con le parole, nel caos di Morelli, sembra voler conquistare la logica, il circuito mentale, i motivi profondi per cui certe persone dicono certe parole.

La prova di questo sta in una perla che il lettore troverà più o meno all’inizio del libro. Dodici righe di parole senza significato, che vorrebbero essere un racconto che non si può capire. A sproloquiare è uno dei fantasmi: e quanto assomiglia al farfugliare del povero Pinocchio che cerca di raccontare le Avventure a suo modo. Dodici righe imperdibili. L’impressione è che si strizzino le parole per cavarne il pensiero, e che il vero obiettivo sia raggiungere la mente di chi vive e di chi visse. Senza troppa teoria, senza fare troppa filosofia».

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