“La strage dei congiuntivi”: come difendere con ironia la bellezza della lingua italiana

di Amalia Papasidero
scritturaedintorni.it / 2 apr 2015

«Come nasce la tua passione per la scrittura e cosa vuol dire per te scrivere? Si tratta di un qualcosa che hai dovuto apprendere oppure è una capacità innata?
Tutto è nato con la lettera O. Da bambino ho imparato a farla con il bicchiere e in quel tratto lineare, curvo che ambiva alla perfezione – senza mai peraltro raggiungerla – ho subito colto un moto di volontà, il senso dell’altro, il mistero, la memoria, i simboli e le prime inquietudini. Poi, con crescente curiosità, sono passato alle vocali; pagine e pagine di A, E, I, O, U, vergate a matita. Dal lapis alla penna a sfera il passo è stato breve. E giù consonanti. Fricative, occlusive, labiodentali, glottidali… Dopo i primi grafemi, ho iniziato a dedicarmi alle parole (quasi sempre) di senso compiuto, alla loro organizzazione, ai modi in cui le stesse danzavano sulla riga, si univano e formavano una frase (qualcuno la chiama “sintassi”), alle infinite combinazioni che mi permettevano di rendere, in forma scritta, tutto quello che la vita mi stava donando e che avrebbe continuato a donarmi. Qualcosa di innato deve esserci; non lo nascondo. Tutto il resto si gioca sulla capacita di “apprendere” (ricevere e ritenere nella mente, imparare, osservare, assimilare, fare esperienza, conoscere, scoprire, fare le O con il bicchiere, studiare, leggere, leggere, leggere) e, soprattutto, di “restituire”.

Parlaci del tuo ultimo libro e del messaggio che con esso hai voluto trasmettere.
“La strage dei congiuntivi” è un romanzo – non è un saggio, tranquillizzatevi – i cui protagonisti, invero bizzarri, si uniscono per mettere in atto un grande disegno criminoso a difesa estrema di una lingua (l’italiano) quotidianamente saccheggiata, vilipesa, mutilata, deturpata e ferita a morte. , stò, pò… Qual’è con l’apostrofo, così come un’abbraccio e un’amico. Senpre, propio e pultroppo. Congiuntivi sbertucciati. Se io sarei, ci penserei. Congiuntivi sfigurati. E poi reggenze errate, verbi intransitivi tragicomicamente trasformati in transitivi, singolari invertiti con plurali, maiuscole con minuscole e maschili con femminili. E, ancora, accenti e apostrofi geneticamente modificati; k che prepensionano i digrammi ch, impianti desinenziali passati al tritacarne, segni di interpunzione trascurati o gettati a caso sulla pagina. Inutili sovrapproduzioni di avverbi, fastidiosi diminutivi iperbolici (un attimino, un cinemino, un sushino), insopportabili neologismi e forestierismi (attenzionare, efficientamento, skills, mood, light lunch e apericena), pleonasmi inutili, frasi fatte e luoghi comuni. Azione e… reazione. È così che è nato il mio romanzo. Per difendere, ridendoci sopra, la straordinaria bellezza della nostra lingua ed esaltarne identità, purezza e integrità; ma, al tempo stesso, per dileggiare (la saccenza, talvolta insopportabile, dei personaggi e i loro tratti caricaturali lo esplicitano in maniera fin troppo evidente) i talebani dell’italiano, i puristi-fuori-dal-tempo, i fanatici che ignorano l’evoluzione, le contaminazioni, l’apertura all’altro e tutti quelli che, come il sottoscritto, sarebbero disposti a uccidere per un congiuntivo invertito con un condizionale». […]

 



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