Sul respiro comune dell’universo

di Federica Grossi
Excursus.org / 13 nov 2015

Secondo la teoria fisica del Grande rimbalzo l’Universo non ha mai avuto inizio e non avrà mai fine, è in eterno divenire e continuerà sempre a essere soggetto a infinite esplosioni seguite da collassi gravitazionali. Ugo Coppari ha scelto di intitolare la sua ultima opera proprio Il grande rimbalzo.

Ci siamo chiesti quale fosse il legame sottile che congiungesse una teoria cosmologica con una piccola raccolta di trentatré racconti di narrativa e, mentre leggevamo, cominciava a delinearsi nella nostra mente il presentimento, prima offuscato poi sempre più nitido, che tutto ciò avesse a che fare con la natura e l’esperienza umana, protagoniste assolute del libro di Coppari.

Un universo che ribolle e si trasforma continuamente come metafora di un’umanità che per sua natura non ha mai pace, che avanza in equilibrio precario, cadendo e rialzandosi, e che misura la propria grandezza attraverso l’inesauribile movimento cui è costretta. I racconti si intrecciano, si richiamano l’un l’altro in un continuo e ininterrotto “rimbalzo” che non fa in tempo a congiungere due cose che subito ne sta raggiungendo già una terza. La brevità dei racconti, che vanno dalle due alle dieci pagine, non impedisce all’autore di affrontare una grande quantità di argomenti.

L’opera alterna soprattutto tre diverse categorie: la prima presenta storie immaginario-oniriche e ne fanno parte, per esempio Tre fragole, In fondo all’universo, In fondo alla valle, Mezzanotte, Battute di caccia; la seconda, cui appartengono Chi, I provinciali, Fogo e vento, Bing bang, Silenzio, Tre tori, Crema, prende spunto da piccoli fatti quotidiani; la terza, che accoglie Senza parole, Ma che storia è questa, Bambù, Finché c’è memoria c’è casa, Sulle cause biologiche della felicità, è fortemente collegata all’esperienza lavorativa dell’autore, insegnante di italiano per stranieri.

Per quanto riguarda la prima categoria sembra di immergersi in quei sogni contorti che uniscono fatti e persone della vita reale con immagini fantasiose e irreali. Questi voli immaginifici si avvicinano spesso alla dimensione fiabesca data la presenza di animali che catturano l’attenzione del protagonista che sente l’irresistibile tentazione di seguire il loro passo felpato e il loro morbido manto. Non è favolistica la strana composizione dei racconti che presenta una specie di flusso di coscienza per immagini, dove la scena supera sempre i propri confini e invade quelli di un’altra storia in una sorta di costruzione a matrioska.

Molto scorrevoli sono i racconti che Coppari delinea attingendo a episodi di vita quotidiana. La narrazione prende forma partendo da un piccolo fatto per poi arrivare a parlare di argomenti esistenziali. In Dune l’autore vede un autobus vuoto sfrecciargli davanti in una notte; questa apparizione lo porta a riflettere sul senso del lavoro, disperatamente ricercato da moltissimi ma che, a volte, risulta completamente inutile, come in quella notte silenziosa in cui l’autista si ritrova a condurre un veicolo che non trasporta nessuno. In Chi la scena si svolge in una palestra durante una partita di basket ma, anziché presentare la dinamicità e la velocità dell’azione, Coppari decide di avvolgere il racconto in una dimensione ovattata e la «fitta patina di polvere» che ricopre il parquet finisce per avvolgere i personaggi e tutti gli oggetti in una sensazione di perdita generale: «perdere tempo, energia, pezzi, perdere la voglia di far le cose per bene».

In Bing bang il protagonista, alzatosi svogliatamente dal divano in un freddo pomeriggio invernale per aprire la porta, si ritrova a intavolare una interessantissima conversazione sul senso della vita e della morte con due testimoni di Geova. Sono molte le chiacchierate casuali che danno luogo a riflessioni profonde: quella sull’onestà nel lavoro con un muratore rumeno durante un viaggio in treno, quella sulla difficoltà dell’amore con la badante Natalia o, ancora, quella sulla solitudine con un vecchio nobile decaduto alla fermata dell’autobus. Emergono, timidamente o prepotentemente, molte paure: la paura di rimaner solo del trentenne che vede i propri amici uno dopo l’altro sposarsi o trasferirsi all’estero; la paura dell’anziano che bussa alla porta del figlio per chiedere di pranzare insieme la domenica; la paura del quotidiano che conduce alla stasi.

Il lavoro di insegnante di italiano per stranieri consente all’autore di entrare in contatto con persone di nazionalità diverse, con storie di vita estremamente variegate alle spalle. Il dialogo e il confronto con i propri allievi diventa ricca fonte conoscitiva, momento di comprensione reciproca. Attraverso le parole di una studentessa tedesca l’autore si immerge nell’intensità dei tempi del muro di Berlino quando «si viveva con la sensazione di avere un limite interiore [perché] quel muro non era là fuori, ma lì dentro». Poi c’è Nobu, allievo giapponese settantenne, che non partecipa alla discussione in classe riguardo al matrimonio moderno per cui tutti sono concordi nell’affermare che coincide con un indebolimento dell’amore; solo al termine della lezione Nobu decide di esprime la propria opinione con quattro parole «più conoscere, più amore». C’è Peter che ha viaggiato tutta la vita, che conosce quattro lingue e ha lavorato in tre diversi paesi; nei suoi occhi si intravede la paura di dimenticare, motivo per cui ha deciso di imparare l’italiano, per mantenere in allenamento la memoria.

Persone diverse, età diverse, vite diverse, lingue diverse che rappresentano per l’autore un potente stimolo alla riflessione sulla diversità dell’animo umano ma anche sulla profonda somiglianza dei sentimenti e delle emozioni che legano tra di loro persone lontane. Sentimenti che scorrono, vivono, rimbalzano appunto in un continuo e inesauribile movimento.

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