A Tunisi, i graffiti accendono il dibattito sociale

di Naima Morelli (articolo tradotto da Chiara Cartia)
arabpress.eu / 26 mar 2015

La rivoluzione in Tunisia non si è diffusa solo grazie ai social media. I giovani tunisini hanno scelto di usare anche i muri per esprimere le loro speranze e la loro rabbia.

La ricercatrice italiana Luce Lacquaniti, autrice del libro “I muri di Tunisi. Segni di rivolta” che uscirà a breve, commenta: “Il primo segnale della rivoluzione scoppiata nel 2010/2011 sono stati i graffiti sui muri della capitale”. La studiosa spiega che prima della rivoluzione non solo il governo, ma anche i cittadini si impegnavano a cancellare le scritte, convinti che imbrattare un muro non avrebbe aiutato a cambiare la situazione politica. Quando però è iniziata la rivolta, ognuno voleva dire la sua sulla situazione in Tunisia.

Nel suo libro, edito da Exorma Edizioni, Luce usa le scritte come chiave per capire il periodo di transizione dal 2011 alle elezioni del 2014, sottolineando trasformazioni e contraddizioni di un Paese. “Ho pensato che i graffiti potessero diventare una sorta di fonte storica, uno strumento per poter paragonare i pensieri della gente comune con la realtà propinata da fonti ufficiali”, spiega l’autrice.

Il fenomeno dei graffiti si concentra soprattutto nella Ville Nouvelle e nel centro, oltre che dove sorgono le ville della famiglia Trabelsi, e nelle zone degli uffici governativi e della Kasbah. Ci sono però dei gruppi di “graffittari” che hanno deciso di lasciare il loro segno anche nelle periferie, il che, commenta Luce, può esser visto come una riaffermazione dei sobborghi, che grazie alle scritte sono diventati piccoli centri di poesia e di libertà di espressione.

Luce ha fotografato diverse volte un muro dell’Avenue Bourguiba, conosciuto come Les Arcades, che mostra bene l’evoluzione degli stati d’animo dei cittadini durante la rivoluzione, dall’entusiasmo iniziale al dubbio, alla contestazione, alla disillusione per arrivare infine allo stallo del dibattito. La prima scritta apparsa a Les Arcades si riferiva all’ex presidente e alla famiglia della moglie: “Quant’è bella la Tunisia senza Ben Ali Baba e i 40 ladroni!”. Nei mesi successivi è stata cancellata lasciando spazio a un nuovo slogan: “La libertà è una pratica quotidiana”.

Una fotografia del 2012 mostra tre diversi messaggi uno sopra l’altro, che rispecchiano le tre anime del Paese: il primo, dipinto in nero, è entusiasta: “Lunga vita alla Tunisia libera e democratica!”. Il secondo, in rosso, è contraddittorio: “I rivoluzionari dicono: non ci puoi ingannare”. Il terzo è scritto a penna ed è la professione di fede nell’islam: “Non v’è altro Dio che Allah e Muhammad è il suo inviato”. In quel momento le elezioni governative provvisorie erano state vinte dal partito di Ennahda, la cui presenza si è da allora affermata anche tramite i graffiti.

“Diversamente da quanto uno possa pensare”, spiega Luce, “non sono solo i giovani radicali a scrivere sui muri, è una pratica in uso anche tra i conservatori, anzi coinvolge tutta la società”. Questo perché i muri sono aperti e accessibili a tutti, rivelandosi uno strumento molto più democratico nel diffondere la rivoluzione di quanto non lo sia stato Internet che non tutti avevano a disposizione, in particolare nelle zone più rurali dove la rivoluzione ha avuto inizio.

Le problematiche discusse sui muri sono la natura della rivoluzione, le forme di repressione, la relazione tra religione e politica, e le problematiche di genere. Secondo Luce le scritte sono una parte integrante del dibattito che si svolge nelle assemblee, nei giornali, nei negozi e nelle case private.

Luce identifica tre gruppi principali militanti dei graffiti, che hanno tra i 20 e i 30 anni. “Un gruppo si chiama Zwewla, ossia “i poveri”, la cui convinzione è che la rivoluzione non derivi dalla politica o dal desiderio di rovesciare il regime ma bensì dalla richiesta primaria di una giustizia sociale. Per Zwewla, non è questione di secolarismo, islamismo o politica ma di redistribuzione delle ricchezze, chiedono più lavoro e più crescita economica, in particolare nelle regioni più marginali della Tunisia. Non c’è bisogno di far parte del gruppo per poter firmare le scritte a loro nome, anzi, per attenersi al loro ideale di inclusione sociale, incoraggiano chi proviene da un ambiente svantaggiato ad identificarsi usando il loro nome.

Un altro gruppo si chiama Molotov e i suoi membri abbinano le loro scritte con la poesia. “Esprimono i loro concetti politici citando poemi e facendo paralleli filosofici. La loro missione è quella di acculturare la gente”, puntualizza Luce.

Un terzo gruppo, infine, si chiama Ahl al-Kahf, si è formato in un’accademia artistica e formalmente si avvicina molto più a una forma di street art. I membri del gruppo hanno anche scritto un manifesto nel quale dichiarano che la loro arte è universale ed estendibile a chiunque voglia unirsi a loro. In modo simile agli Zwelwa, invitano la gente a prendere una bomboletta in mano e a firmarsi Ahl al-Kahf “perché l’opera d’arte è determinata dalla firma”, sostengono criticando implicitamente il mercato dell’arte. Anche loro citano scrittori e filosofi arabi e occidentali e fanno anche ritratti., diversamente dai Molotov che si concentrano unicamente sul messaggio.

Malgrado ci sia ancora molta strada da percorrere in termini di libertà di espressione, Luce sostiene che le cose sono migliorate dai tempi della rivoluzione. “Per lo meno ora”, aggiunge la ricercatrice, “quando capita un evento del genere, la società reagisce e le associazioni intervengono. Prima le persone sconvenienti sparivano e basta”.

Il libro di Luce si conclude con le elezioni del 2014. Ora che il periodo di transizione è finito, la ricercatrice non ha idea di quale sarà il futuro dei graffiti in Tunisia. Per il momento ha solo potuto constatare che l’ultima volta in cui è andata a Les Arcades, il muro era totalmente bianco.

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