23/09/2018

Un realismo largo

L'indice dei libri del mese - Domenico Calcaterra

«A leggere i romanzi di Claudio Morandini, complice forse il suo essere scrittore appartato e di confine, si ha sempre l’impressione di trovarsi al cospetto di un autore davvero poco comune: per quel rimanere concentrato sul dettato, sul ritmo della frase, sul tono dominante, esatto, da imbeccare a ogni nuova prova; per quel cimentarsi e sperimentare su terreni sempre nuovi. […] Fedele a un realismo “largo”, il cui spettro coniuga precisione e visionarietà, amore per il dettaglio e straniamento  i suoi libri assomigliano perlopiù a vere e proprie partiture…

A dominare è un senso di spaesamento, di distaccata mancata presa sulle cose; al punto che non è più distinguibile la realtà dalla visione, le immagini offuscate dei ricordi dalla quotidianità: un senso d’indeterminatezza che coinvolge perfino il paesaggio. Adelmo Farandola abita, insomma, un limbo dove tutto – memorie, accadimenti reali, percezioni – si confonde: al centro di questo imbuto si trova lui, alla ricerca di un contatto sicuro, di un dato concreto. Parla con il cane, si vede sfilare intorno fantasmi, personaggi che un attimo ci sono e quello dopo finiscono per svanire; le sue sono “transumanze” involontarie tra un mondo e l’altro, tra il visibile e l’invisibile. […] Ciò che emerge da quest’affilata breve partitura è, ancora una volta, la preoccupazione (al limite dell’ossessione patologica) di Morandini per la messa a fuoco del racconto, la scelta della cadenza adatta: in una parola, della voce.

[…] il romanzo sensoriale di Morandini, pur nelle ampie concessioni ai topoi delle storie di montagna (il vecchio burbero solitario e scontroso, la natura aspra, la vita dura), oltrepassa il genere per spostarsi, piuttosto, sul terreno della fiaba moderna, come accade, per dirne una, con il Moresco de La lucina (2013) e Fiaba d’amore (2014). Protagonista, infatti, non è la vita di montagna, ma appunto l’allegoria di un’esistenza estrema, sulla soglia di un inevitabile trascorrere. E se altrove si è accostato Morandini alla parabola di autori come Permunian e Mari, qui, il rimando al tema del limite – “quella zona franca tra i due mondi”–, ci riporta a un vero e proprio filone narrativo che annovera, accanto ai classici Parise e Piovene, narratori contemporanei come (oltre al già citato Moresco) Giovanni Mariotti, ed esordienti come Orazio Labbate e Carmen Pellegrino».

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Recensione a

Neve, cane, piede

di Claudio Morandini

220
13,00 11,00


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