12/11/2018

Una realtà della narrativa italiana

L'Inchiesta - Alessandro Spaziani

Da diciotto anni ho la (s)fortuna di condividere con Massimo Roscia lo spazio lavorativo nel quale il tecno burocratese e gli acronimi inglesi asfissiano con protervia la lingua del belcanto. Ne conosco, quindi, intelligenza e cultura, vizi e vezzi. A sufficienza per affermare che, se una notte d’inverno un viaggiatore come lui avesse preso l’aire d’intraprendere la seconda prova narrativa soltanto per fornire muscolosa possanza verbale, si sarebbe limitato a spendersi virtualmente tra blog ed account che, ormai numerosi, perseguono donchisciotteschi purismi.

La strage dei congiuntivi, giunta alla ristampa in un mese, sarebbe dunque uno smaccato florilegio di rimandi, uno stuolo di citazioni e ammiccamenti, improntato per esternare l’ormai comune cognizione del dolore causato da ciascuna impudente castroneria scritta o pronunciata? Le 321 pagine più note e preamboli numerologici dovrebbero perciò rappresentare esclusivamente una giungla di vorticanti finzioni, architettate per indurre illetterati lettori (pre-supponendo, pertanto, che ne esistano) ad un pedagogico riesame del proprio lessico? E possibile che un autore (quasi mi punge vaghezza apostrofarlo) – per quanto ambizioso, brillante e già colto da uno strano morso – abbia voluto paludare fino al grottesco un’esigua vicenda per farcela liquidare confezionata come “noir”? No, io non credo a una tale spirale narcisistica, al pari della dedica ruffiana “a tutti coloro ai quali nessuno dedica mai niente”. C’ero cascato, perché non confessarlo; e m’ero dato a studiare, distinguer personaggi da ologrammi con la Treccani ad armacollo; ma avevo solo squinternato il piego e rimbalzavo faticosamente fra Zidian, Popgun e altri improponibili contorcimenti. Dopo tre capitoli, invece, ho iniziato a giocare assieme al narratore, alla sua voce prestata ai quattro pseudo neosacerdoti della lingua e, soprattutto, al loro improvvido plasmatore, Dionisio. Così, dietro e dopo ogni risata espunta da caricature e strafalcioni, mi si è disegnato chiaro il mirabile reticolo dell’amaro ghigno di denuncia metastorica della nostra terribile condizione di solitudine, la cordiale soddisfazione di scernere la riproposizione della lucidissima analisi pasoliniana della questione del nostro idioma: “La lingua non è una decorazione ornamentale dell’intelletto, ma è forza vitale, grimaldello del cuore e respiro della mente.”. Altro che “noir” (di credibilmente crudele, ahinoi,  c’è solo l’ultimo capitolo; e ciò mi è gran supporto): Massimo Roscia, riportando tutto al mondo dei classici greci, ci ha ricondotto là dove tutto dell’uomo ha avuto origine, dove la dimensione della tragedia è quella della più sensibile comprensione; è il mercante di luce a cui è ascritto il ruolo di vestire la giubba. Ecco, ho voluto anche io platealmente darvene più modesto esempio; tutti avranno notato, disseminate e malcelate, le citazioni di cui ho fatto (indegno) uso: mi occorrevano per dimostrarvi che Massimo Roscia non è una mera speranza, ma una realtà della narrativa italiana.

Alessandro Spaziani

Recensione a

La strage dei congiuntivi

di Massimo Roscia

220
8,49


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