L’amico spagnolo
Nella finzione letteraria, sostenuta da attente ricostruzioni storiografiche, Francesco Forlani svolge una trama fatta di anarchismo e lotta sociale, ribellione e amore libero, solidarietà e amicizia incondizionata come unica patria, e attraverso l’esperienza rivoluzionaria di fine Ottocento e inizio Novecento dà luce alle connessioni tra dimensione personale e collettiva.
Ma soprattutto si pone una domanda cruciale: come si fa a non far finire un amore?
Un romanzo sugli amori che finiscono ma non finiscono mai, come certe battaglie per la libertà.
Nella Londra del 1895 Errico Malatesta, il più ricercato anarchico d’Europa, sfugge alla polizia per l’ennesima volta.
Più di un secolo dopo, Franck, intellettuale nomade, ripercorre le sue tracce e quelle dell’amico spagnolo Pedro Esteve, compagno di lotta del celebre rivoluzionario.
Il suo viaggio lo conduce a Saragozza, città sospesa tra mito e memoria, dove conosce Marioara, giovane rom in fuga, simbolo di una femminilità vulnerabile e indomita, capace di trasformare la paura in solidarietà e la marginalità in resistenza.
In questa città dal carattere fortemente simbolico, resa celebre dal Manoscritto trovato a Saragozza di Jan Potocki, Forlani costruisce un intreccio ricco di donne coraggiose, anarchiche e ribelli che, tra Ottocento e Novecento, vissero la libertà come un atto quotidiano e poetico. Donne che amano senza obbedire, che combattono senza violenza, che fanno dell’amore un linguaggio politico e dell’amicizia una forma di patria.
Ogni domenica anarchici di tutti i paesi del mondo si ritrovano in Trafalgar Square. Quando Malatesta prende la parola, la sua voce è dinamite. Con estremo rigore, senza mai perdere la calma, con le stesse pause di silenzio, quelle in cui si sente soltanto il crepitio del respiro del fumatore, lo stesso suono che libera la fiamma sulla miccia, lui gli avversari di quel club di anarchici di ogni dove li demolisce, ma senza acrimonia.
Ora però sono prigionieri di un accerchiamento che non presenta agli assediati alcuna via di fuga. Olivia Rossetti, figlia e nipote dei celebri fratelli preraffaelliti, rimane estremamente lucida. Osserva i compagni, prende nota delle reazioni di ciascuno di loro. Li descrive mentalmente con precisione senza indugiare troppo sui particolari. Madame Combrisson, rigattiera, è la proprietaria di casa. Si trovano da lei perché è domenica e i banchi di pegno sono chiusi la domenica. Si erano dati appuntamento lei e i tre anarchici al numero 9 di Grafton Street. Con Malatesta ci sono Pietro Gori e Mathieu il fuggiasco. Sono nel cuore della città, al centro di una serie di strade che portano a Buckingham Palace, a Hyde Park, Trafalgar Square. Olivia Rossetti ha con sé i gioielli che permetteranno di racimolare quanto basta per organizzare la fuga di Mathieu. Errico Malatesta ha pianificato tutto. In fondo, come dice lei, è un Dio d’altri tempi, fuori dal proprio tempo, perché è antico, perché è già futuro. Non abita l’Olimpo ma i bassifondi dell’umano ed è proprio quella abilità di talpa a permettere di trovare facilmente il modo per passare, per eludere le frontiere e chi le sta a guardare. L’unica a perdersi d’animo è Madame Combrisson. È minuta, ha i capelli brizzolati raccolti dietro con un crocchio, ha gli occhi grigi e avidi. Sa che nel preciso momento in cui la polizia varcherà la soglia di casa, tutti i suoi affari salteranno per aria. O peggio ancora la testa, visto che il francese pare avere l’intenzione di uscirsene di corsa con rivoltella alla mano non appena il numero di agenti si diraderà davanti al portoncino.
– Manca solo mezz’ora all’apertura dei pub – dice la ragazza convinta che nel tempo che precede l’irruzione sarà proprio lì che si rifugeranno gli sbirri. Ha fatto in tempo a identificare Deveril, il detective Limpat e l’ispettore O’Brien. Osserva quell’uomo che ha più del doppio dei suoi anni, quarantadue autunni, inverni, primavere, estati. Perché qui a Londra i giorni li chiamano four seasons day. Però oggi è diverso. C’è il sole, si potrebbe andare a giocare all’aria aperta. L’umanità nuova deve essere per forza fanciulla nell’animo. E i fanciulli, si sa, giocano per strada a qualunque cosa con niente. Indiani e cowboy, guardie e ladri, e la gioia dell’inseguito, glielo leggi negli occhi, è sempre superiore a quella di chi gli corre dietro. Chi fugge davanti ha sempre una carta in più da giocare, a sorpresa, la mossa imprevista che potrebbe dare una svolta alla sorte degli uni e degli altri, indurre il nemico a desistere per estenuazione. E nell’eccitazione generale, la ventenne che da quasi due anni dirige la rivista La Torcia negli scantinati della sontuosa villa familiare, non ha dubbi su chi dei cinque fuggitivi giocherà quella carta del “tana libera tutti”. Una carta che però il giocatore dal forte accento napoletano, riapparso tra le nebbie d’Inghilterra due mesi prima, in fuga dalla Spagna, attraversando il Portogallo, non fa in tempo a lanciare sul tavolo. Hanno bussato alla porta.



