Di questa doppia Roma

Geografie degli opposti e della meraviglia

Un insolito mosaico in novantanove tessere per una città che non ha paura degli accostamenti spericolati, che combina gli opposti e, sorniona, li nasconde ai visitatori frettolosi, ma non a chi la ama.

15,70 
Il libro in breve

Con ironia e passo musicale, la doppia anima dell’Urbe si rivela per farsi ammirare: nelle strade, nelle piazze, perfino nei sottopassi.
È una guida leggera, intelligente, tutta da godere, a una Roma stratificata, polifonica, moltiplicata, affastellata, antica, moderna, disinvolta, timida e spaccona, che recita tutti i gradi dello struggimento, del riso e del divertimento, tra armonia e contraddizione.
Tra canzoni, cinema e nostalgie, esibite o nascoste; antica teatralità dei resti, speculazioni edilizie e muscoli di travertino, Roma mescola storia, leggenda e senso pratico.

Anteprima

CACIO E PEPE – Capace che sia per via del bianco e nero: lo stesso di travertino e sampietrini, di Roma città aperta e Ladri di biciclette.
Non mancano i concorrenti, anche di alto e altissimo livello, ma che il sapore quintessenziale di questa città stia nell’incontro di pecorino romano e pepe, nel loro mischiarsi con la pasta, sembra rientrare nella categoria dei fatti.
Lunga, di preferenza: spaghetti o tonnarelli. Ma pure corta per chi gradisce, rigatoni e mezze maniche. Roma, come è noto, nun vo’ padroni.
Conta che il cacio stia col pepe, accoppiata pastorale e semiburina a testimonianza ogni volta rinnovata del rapporto che questo posto ha col tempo, che l’ha visto cambiare e rendere città ciò che prima era campagna: una sostituzione mai definitiva, in cui l’agro romano disegna ancora buona parte dei confini dell’urbe.
Importa poi il sapere, rubato con gli occhi e con l’assaggio, di un’arte semplice e decisiva come l’aggiunta dell’acqua di cottura: faccenda liquida in piena connessione con la sostanza di una città che nasce per via di un fiume, e arriva al mare.
Non serve altro. Non l’olio, meno che meno il burro. La panna fa coppia, semmai, coi maritozzi.
Niente che non sia acqua, pasta, cacio, pepe. Vino sì, grazie: un goccio. Venisse voglia di leggerci minimalismo, il dito di pecorino che meritevole sovrasta il piatto sta lì a ristabilire la verità, ricordandoci che Less is more è lessico d’importazione, ottimo per la pubblicità.
Questa lingua è diversa: riconnette persone e luogo dentro un rito minuscolo, soprattutto diurno, che ha i suoi templi e i suoi ritmi.
Siamo anche metropoli, certo. Ma cacio e pepe a pranzo è ritorno alla sorgente, viaggio nel tempo cui sacrifichiamo anche un pezzetto di futuro. Tipo fino alle quattro. Pure tre e mezza. Poi caffè, e magari se ne riparla.