Ridondanze

Un libro che ride e che danza, anfibio e generoso, pruriginoso, rivelatore, divertente e profondo, e che tratta con riguardo il lettore. Un testo che sarebbe piaciuto a Celati e a Manganelli.

16,20 
Il libro in breve

Nel rione romano di Testaccio resiste quell’attitudine a raccontare storie, per lo più comiche, capace di mettere in moto il cuore pulsante del pensiero umano: la fantasia. Considerata ormai come l’infanzia del pensiero, ne è invece l’originaria pienezza, il ponte, il primo tramite tra il noto e l’ignoto, tra quello che crediamo di sapere e l’enigmatico che non riusciamo a spiegarci. Con ogni evidenza, dice Morelli, la fantasia sta sparendo dalla faccia della terra, sostituita dall’immaginazione calcolata e meccanica.
Uno scrittore solitario si mette in ascolto per salvare, per trasmettere, raccontando a sua volta quello che ha ascoltato, in quella specie di conversazione universale che è la letteratura: un pittore in disgrazia, un genio a colazione, un tizio scorbutico e sfortunato, uno scrittore ecologista frustrato, per finire con le massime di Carmine il barbiere, che ragiona a modo suo e poi ti sbaglia le basette.

Anteprima

Dentro, una volta che Volume ha fatto saltare il lucchetto, ci stava un silenzio più un buio come si potrebbe dire, immemore e immane, chissà da quanti anni nessuno ci metteva piede.
Menomale che il poeta Pocaluce, appena arrivati al paese nei pressi del quale si trovava la chiesetta sconsacrata, ma nei pressi neanche tanto visto che ci era costata un’ora di cammino, aveva scritto diligente sul notes: Candele!!! Un pacco o forse due o tre anzi è meglio!!! Urgente!!! Così abbiamo potuto rischiarare quell’atmosfera immota, dolente e buia, dato che le finestre erano state perfino murate, ma nemmeno troppo umida, forse perché la costruzione si trovava in una specie di fossa secca e arieggiata, esposta ai venti del nord.
E subito, accese le fiammelle, c’è stata la danza di fuga da parte di milioni di ragni saltericchi, che quando loro sono fuggiti e i nostri occhi si sono abituati al chiarore e all’immobilità non si poteva fare a meno, non si poteva proprio fare a meno di dimenticarsi del rimanente affrescato fin sugli scuri delle due finestre e negli interstizi, e piegare la capa all’insù, perché proprio lì sul soffitto c’era la figura del santo che incombeva tuttora, grazie a un miracoloso o forse diabolico stato di conservazione, mentre le pareti all’intorno raffiguravano il Ciclo delle Quattro Notti Menomale Mai Successe in Successione, in senso antiorario, come si fa a tresette del resto.
Ma ripeto le notti all’intorno sparivano per il momento appena entrati, perché la capa spinta dagli occhi per strana attrazione si piegava sul collo e guardava all’insù, dove c’erano i contorni che precisi è dir poco e la ferma modellazione d’una figura enorme, il plastico disaccordo del san Cipriesco eremita che riempiva anzi ingolfava il soffitto quattro per quattro, stile Kandinskij se avesse scippato la mano a Margaritone, con due occhioni sbarrati da bove e la stazza tarchiata, pelle color ambra e i piedi sproporzionati, il badile dei capelli rossi e la veste di camoscio, ritratto al momento culminante nella sua grotta puntuta, in piedi su una specie di globo che doveva rappresentare io credo l’inettitudine che arregge il mondo reale, mentre da un buco che fa da porta e finestra penetra nel piccolo ambiente un raggio lunare.