Costruire visioni

Fare il mondo come dovrebbe essere

La stragrande maggioranza della gente si domanda: Come faccio a resistere? Come faccio a non dire “Basta! Fermi tutti”?

In assenza di una visione si sta male. Viviamo in un sistema politico e sociale che scoraggia il pensiero e il dialogo che potrebbero portare a visioni costruttive. È un sistema che induce a sfogare le proprie frustrazioni invece di gestirle in modo creativo, un sistema che tiene separate le persone.

Questo libro descrive, in modo convincente, esperienze capaci di espandere e valorizzare la dimensione dell’intelligenza collettiva. Aiuta a riflettere sulla leadership, l’autorità e il potere alla luce del rapporto “assenza di visione/stupidità”, considerando la stupidità come problema sociologico piuttosto che psicologico. Invita a elaborare delle visioni che permettano di costruire un senso di comunità e di mobilitazione solidale verso un futuro desiderabile.

Prefazione di Marinella Sclavi
12,00 10,20
Il libro in breve

A cosa ci riferiamo quando parliamo di “visione”? Quanto è importante per il nostro futuro? Che rapporto c’è tra l’assenza di visione e la stupidità o le cattive leadership? E ancora, che stile di pensiero adottano i visionari?

Nel libro l’autore affronta tutti questi temi e mostra come coltivare visioni feconde in un’epoca, qual è la nostra, dominata dai soli fatti e per questo sull’orlo della catastrofe.

Un dialogo finale mette a confronto figure straordinarie di visionari della nostra storia recente come Basaglia, Olivetti, Don Milani, anche se tutto il libro altro non è che un’affascinante ricerca intorno a ciò che Musil chiamava, all’inizio del secolo scorso, il senso del possibile.

Anteprima

Non è raro per colui che lavora come consulente o formatore sentirsi dire che “sì è vero, quel che manca è la visione”, anche se spesso poi non si riesce ad andare oltre questa formula per fare qualche passo in avanti. E non basta certo dire che la visione è ciò “verso cui” vogliamo andare, il mondo che verrà. Così abbiamo solo esplicitato una sensazione sul futuro che vogliamo – anche se è già qualcosa di importante, perché riporta nel tempo un télos, una direzione che è ispirata a una progettualità. Ma forse questo non è ancora tutto. Ad ogni modo, qualunque cosa possa indicare o significare il termine “visione”, la sua assenza pare connoti in generale la vita pubblica, quantomeno nel nostro paese; se si osserva il modo di presentarsi, di prendere decisioni, di agire di moltissime organizzazioni come ad esempio i partiti, i sindacati, le imprese, i ministeri, le università e così via, non si tarda ad arrivare alla medesima conclusione, vale a dire la constatazione della mancanza di una visione esplicita che ne guidi il funzionamento, segnandone così il rango.

Abitare una visione significa riconoscere un ordine nel quale la persona e il mondo entrano in collegamento, superano la disgiunzione originaria che li separa, e in questa ri-composizione affiorano le molteplici possibilità insite nella linea del nuovo orizzonte. Abitare una visione può consentire l’esperienza di un collegamento tra sé e il contesto e permettere di collocare se stessi e le proprie istanze entro un quadro più ampio. In questo senso penso sia corretto rilevare che la stupidità ci rende anche inabili ad abitare visioni; questa atrofia della capacità di sentire il regno di ciò che vale ci impedisce di trovare l’ordine delle connessioni e delle implicazioni reciproche, ci impedisce di elevarci dalla nostra biografia per scoprire un ordine di significati che ci trascende.