Niente da riparare…

Dalla pratica alla teoria: riflessioni per un modello educativo trasferibile

Quante volte ci siamo accorti di conoscere davvero qualcosa solo quando abbiamo dovuto spiegarla a un altro? La “pratica riflessiva” è un momento di apprendimento, di consapevolezza del sé, sul perché e sul come ci poniamo in relazione al lavoro educativo.

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Il libro in breve

Un gruppo di animatori, educatori professionali, psicologi, sociologi si sono riuniti ed hanno cominciato a riflettere, risalendo dalla pratica alla teoria e rintracciando assonanze con i buoni maestri del nostro tempo.
Così sono nate sintesi originali, modelli per nuove pratiche educative ed esiti concreti nell’azione quotidiana.

Questo libro si rivolge non solo a tutti gli operatori che vogliano condividere nuove prospettive di riflessione ma anche a chi non sa nulla di lavoro sociale e desidera conoscerlo, scoprirne i misteri e le magie.

Anteprima

Abbiamo chiamato simbolicamente a raccolta filosofi, pedagogisti, poeti, uomini di cultura che, a nostro avviso, hanno lasciato una traccia importante con le loro opere, il loro pensiero. Sono pensatori a cui riteniamo utile e necessario ricondurre le nostre pratiche perché possano ispirare costantemente la rotta da seguire. Sono i maestri, quelli che ti fanno pensare quando leggi i loro scritti o ascolti le loro canzoni. Sono i “giganti” della pedagogia, delle scienze sociali ma anche della poesia e del pensiero storico. Nel percorso avviato per ricostruire il nostro modello educativo, a un certo punto, abbiamo dovuto interrogarci sulle influenze culturali che, in maniera più o meno implicita e segmentata, caratterizzavano il nostro pensiero e le nostre azioni. Ancora una volta non abbiamo percorso una strada lineare che vede l’elaborazione di un modello teorico e da esso ne fa derivare una pratica conseguente, ma abbiamo provato a muoverci in un processo dialettico prassi-teoria-prassi, in cui abbiamo tentato di riappropriarci dei fondamenti teorici del “fare”. Abbiamo scoperto, per dirla in metafora, che se la nostra pratica educativa quotidiana fosse un gustoso e ricco timballo ci troveremmo diversi sapori, che ci sembrano piuttosto amalgamati: troveremmo il buon vecchio sapore della maieutica di Socrate aggiornato con l’educazione poetica di Danilo Dolci, troveremmo il piccante della critica sociale dei sistemi di potere di Foucault e la critica del potere tecnico e dell’etichettamento di Basaglia. Non potrebbe mancare una buona dose di fantasia e creatività applicata all’educazione proposta da Gianni Rodari e il fascino per la marginalità di Fabrizio De André e Pier Paolo Pasolini. Sapori che legano bene con il gusto delle teorie sull’intervento di comunità e l’empowerment. Troveremmo poi nel nostro timballo, l’idea di educazione come processo di liberazione di Paulo Freire con le sue domande generatrici, ma anche il più posato approccio all’educazione come progetto di vita di Mario Pollo, il tutto ben amalgamato da uno strato di Bateson, per non dimenticarci mai che “la mappa non è il territorio” e che noi siamo “costruttori di realtà”. Aggiungeteci un pizzico di marxismo rigidamente eretico qua e là, un goccio di approccio centrato sulla persona di Rogers e di intelligenza emotiva di Goleman, aspettate la cottura con calma orientale e avrete un ottimo timballoeducativo: molti sapori sì, ma sapientemente impastati.