L’attivista El Massry intervistata da Giuseppe Acconcia

Mahie­nour el-Massry

(articolo uscito sul «Manifesto» del 31/10/2014)

Abbiamo incon­trato a Firenze la rivo­lu­zio­na­ria ope­raia, Mahie­nour el-Massry, che è venuta in Ita­lia a riti­rare il pre­mio Ludo­vic Tra­rieux per il suo impe­gno nella difesa dei diritti umani. Il rico­no­sci­mento nel 1985 venne con­fe­rito a Nel­son Mandela.

Mahie, avvo­cato egi­ziano e atti­vi­sta dei socia­li­sti rivo­lu­zio­nari, con­dan­nata a due anni di car­cere per aver vio­lato la legge anti-proteste, è stata rila­sciata a set­tem­bre. L’attivista è al 36esimo giorno di scio­pero della fame per pro­te­stare con­tro la deten­zione arbi­tra­ria di migliaia di per­sone in Egitto dopo il colpo di stato del luglio 2013.

In una delle sue più toc­canti let­tere dal car­cere Mahie scri­veva: «La libe­ra­zione di Gaza ini­zia con la libe­ra­zione del Cairo. Ogni regime in Egitto usa la Pale­stina per i pro­pri bene­fici e vede i pale­sti­nesi come traditori» .

Sisi agi­sce nell’interesse di Israele, cac­ciando dalle loro case gli abi­tanti del Sinai in nome della lotta al terrorismo?
Per cemen­tare il suo potere, Sisi ha fatto dei pale­sti­nesi dei nemici. Per la sua guerra al ter­ro­ri­smo aveva biso­gno di un nemico interno, e lo ha tro­vato: sono i Fra­telli musul­mani; e uno esterno: i pale­sti­nesi. E così ora Unione euro­pea e Stati uniti vedono in Sisi un solido alleato.

Per­ché la repres­sione in Egitto è di nuovo così aspra?
Gli isla­mi­sti sono tutti in pri­gione (il governo ha messo ieri fuori legge anche la Coa­li­zione, nata nel luglio 2013 a soste­gno di Morsi, ndr). Ora è il turno dei movi­menti di sini­stra. Sono nel mirino le ong, i cui espo­nenti sono da sem­pre vicini alla sini­stra egi­ziana. Vec­chi casi di noti atti­vi­sti di sini­stra, come Hes­sam Moham­me­din (dei Socia­li­sti rivo­lu­zio­nari, ndr), ven­gono rife­riti alla Sicu­rezza di Stato. Hanno arre­stato com­pa­gni nelle pro­vince di Shar­qeya: insomma dopo i Fra­telli musul­mani è il turno della sini­stra. È in corso una nuova ondata repres­siva. Hanno ini­ziato con la legge che mette il bava­glio alle orga­niz­za­zioni non gover­na­tive e poi hanno con­dan­nato i mani­fe­stanti del palazzo pre­si­den­ziale (23 per­sone tra cui Sanaa Seif, ndr): pren­de­ranno tutti, hanno ria­perto vec­chi casi e non si fer­me­ranno qui.

Nel mirino di Sisi ci sono le università.
Prima della rivo­lu­zione, l’attività poli­tica negli ate­nei era limi­tata. Con le rivolte del gen­naio 2011, i mag­giori par­titi hanno ini­ziato a fare poli­tica nelle uni­ver­sità e hanno aperto sezioni negli ate­nei. Ora la poli­tica è ban­dita dagli ate­nei, e così gli stu­denti poli­ti­ca­mente attivi sono i più pena­liz­zati. Abbiamo perso que­sta battaglia.

Ci sono segnali di nuove ten­sioni nella giunta militare?
Non tutto va così male. Dopo l’uccisione dei sol­dati nel Sinai, gli egi­ziani ini­ziano a cre­dere che anche Abdel Fat­tah al-Sisi sia debole. C’è un dibat­tito tra fal­chi e colombe nell’esercito egi­ziano. Quando è stato rila­sciato Alaa Abdel Fat­tah (ora di nuovo in pri­gione) hanno pre­valso i secondi e avreb­bero potuto andare oltre emen­dando la legge anti-proteste. Così non è stato e sono tor­nate pene altis­sime per chi ha vio­lato la norma.

Come sono tra­scorsi i mesi in carcere?
Mi sono adat­tata facil­mente, nella sezione fem­mi­nile c’erano tante donne anziane, le figlie non face­vano loro visita e sono diven­tata io la loro figlia. Ma erano molto sospet­tose, in un primo momento erano felici che Sisi fosse arri­vato al potere e spe­ra­vano che le avrebbe libe­rate. Le guar­die a volte mi rim­pro­ve­ra­vano per­ché pas­savo le mie gior­nate leg­gendo. E non obbe­divo a tutto, per esem­pio mi sono spesso rifiu­tata di por­tare il velo. Mi arri­va­vano let­tere clan­de­sti­na­mente, avevo avviato lo scio­pero della fame: è ovvio che le guar­die non mi amas­sero. Ma il mio morale era più alto in pri­gione che fuori. Ero entrata in quella cella per cam­biare le cose, prima di tutto la legge anti-proteste, ma è ancora là.

Si svol­ge­ranno le ele­zioni par­la­men­tari, pre­vi­ste entro la fine dell’anno?
A che serve un par­la­mento, se Sisi pro­mulga le leggi. Se il par­la­mento ci fosse, i Fra­telli musul­mani entre­reb­bero e ini­zie­reb­bero a nego­ziare con il regime.

La Tuni­sia si demo­cra­tizza. Per­ché in Egitto le cose sono andate diversamente?
È il ruolo dell’esercito che allon­tana la demo­cra­zia dall’Egitto e rende il caso tuni­sino così diverso. E poi i Fra­telli musul­mani egi­ziani sono più dog­ma­tici di Ennahda. Ma dal pros­simo gen­naio ini­zia il quarto anno di rivo­lu­zione in Egitto, la gente deve impa­rare dai suoi errori.

Con la voce fie­vole di chi non man­gia da giorni, per la dura repres­sione in corso in Egitto, Mahie pen­sava di non venire a riti­rare il pre­mio in Italia.
Non sarei voluta venire, mi sento col­pe­vole: io sono fuori e gli altri in pri­gione. E poi sono cir­con­data da grandi avvo­cati ma io non credo nella legge, credo nella giu­sti­zia. La legge si può usare negli inte­ressi della classe al potere o per combatterla.

[Intervista di Giuseppe Acconcia, autore di “Egitto. Democrazia militare“]

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