Gli anni dell’eroe bambino
Odissea, Iliade Mediterraneo
In riva al mare della Sicilia il nostro «eroe bambino» costruisce castelli di sabbia e ascolta per la prima volta le storie di Ulisse, e poi quelle di Achille, di Ettore, di Elena…
L’Iliade e l’Odissea sono stati forse tra i primi libri illustrati che abbiamo avuto tra le mani e la fascinazione per i miti e gli eroi della Grecia antica non ci ha più abbandonato.
L’autore torna alle origini del proprio amore per Omero, racconta come l’Iliade e l’Odissea abbiano accompagnato la sua vita, dall’infanzia all’età adulta: da bambino scopre il ritmo dell’esametro nelle filastrocche che gli canta la nonna davanti allo stesso mare di Ulisse; condivide con il padre genealogie, eroi e battaglie sul tappeto di casa; più tardi, immagina Gigi Riva come Achille, e l’epica si trasferisce negli stadi.
L’Omero che emerge da queste pagine è una voce nuova, popolare e contemporanea. È una presenza in movimento, una voce collettiva nata dalla trasmissione orale e continuamente rinnovata da chi racconta e ascolta, ricorda, traduce e tramanda: è la narrazione, il bisogno umano di raccontare, a sottrarre l’esperienza umana all’oblio.
Qui l’epica dialoga con radiocronache sportive, figurine Panini, Gigi Riva, il Che, Borges e Shakespeare, Simone Weil e Rachel Bespaloff. Il calcio è letto come un rituale fatto di destino, appartenenza, gloria, sconfitta e memoria condivisa. Il calcio, la Sicilia e le voci familiari diventano strumenti per interrogare il desiderio e il lutto, la morte, il potere distruttivo dell’odio, la guerra ma anche la forza dell’amicizia e dell’amore.
Le civiltà del Mediterraneo antico, la questione omerica e la trasmissione orale dei poemi, le genealogie, la bellezza e la vulnerabilità dei corpi, la dimensione del sacro e il furore sono la materia viva di un racconto appassionato sul potere della memoria e dell’immaginazione, della voce che trasforma dolore e destino in canto.
I ricordi si costruiscono a strati, per sentito dire, forse persino si inventano. E tuttavia le sensazioni, il tatto, non mentono. La sabbia estiva, le mani che scavano, passando dal calore persino violento della superficie alla profondità umida e fredda, l’inconfondibile calore fresco, e poi l’acqua che scioglie la sabbia, insieme diventano poltiglia, la lascio cadere sul castello a disegnare misteriosi ghirigori: sono gesti che ripeto ogni volta che arrivo su una spiaggia, sono gesti che so di sapere da prima di sapermi persona. E Ulisse, di cui ho ascoltato le storie adattate per un poppante prima di poter parlare, capire, quando ho cominciato a capire, e quelle storie sono diventate l’Iliade e l’Odissea, io lo avevo già dentro, già lo conoscevo, e ancora oggi lo penso innanzitutto come un costruttore di castelli di sabbia. E sempre quando passeggiando lungo la riva del mare vedo i resti di altri suoi castelli che l’acqua non ha ancora completamente trascinato via, penso all’umanità che da sempre è ossessionata dalle tracce che lascia durante il suo breve passaggio sulla Terra. Tracce tanto più importanti perché effimere. I castelli di Ulisse mi hanno per primi orientato nel tempo.
La sera però l’amica sabbia diventa il nemico più temuto: guai a portarne dentro casa e, peggio mi sento, nel letto, anche un solo granello! ammoniscono le donne che mi ruotano intorno.
È la musica a farla da padrona, dopo il tramonto, infiammando le orecchie, sempre in quelle stesse indimenticabili estati marine. La voce è quella di mia madre, o forse era l’altra mia nonna, Teresa – suo padre pare fosse un appassionato musicologo, che andava di villaggio in villaggio a raccogliere canti – o anche Maria e Maria Pace, sue sorelle, l’una di sangue, l’altra di latte: quella canzone la cantavano tutte e quattro, e ormai non ci sono più per raccontarmi come sono veramente andate le cose. Le parole le ho imparate solo dopo, ma quando le ho capite ho anche capito che già le conoscevo. Dicono:
Viri chi dannu ca fannu i babbaluci
Chi culli curna ammuttano i balati
Su nn’era lestu a jittaricci ’na vuici
Viri chi dannu ca fannu i babbaluci…



