Così le acque
In una città che non trattiene più le ossa dei suoi morti, la pioggia scava e le tubature rotte rigettano in superficie ciò che è stato sepolto e dimenticato.
Gavril attraversa strade disfatte per raggiungere Anna, tra corpi stanchi e silenzi saturi d’acqua.
Lei non dorme mai, la sua mente è un labirinto di ombre che si tende tra memoria e visione, la luce entra da crepe invisibili. La donna è sospesa su un confine instabile e pericoloso, abita un tempo che è insieme nascita e rovina: è incinta.
Intorno a loro, la città cede, l’estate gela. L’umanità si corrompe e la violenza affiora nei gesti quotidiani; la materia stessa sembra ribellarsi all’ordine naturale delle cose.
Eppure, nel punto più fragile qualcosa insiste: un colore steso sui muri, un altarino improvvisato, una preghiera reiterata e incerta, una promessa.
Prosa ipnotica e stratificata tra crudo realismo e visione. È insieme discesa e rivelazione, corpo e linguaggio, ferita e possibilità.
Filograna alterna un crudo realismo a derive oniriche, una immersione viscerale nelle fratture del nostro tempo che delinea un affresco simbolico della crisi sociale, economica e spirituale che cresce intorno a noi.


