Verso il bianco

Diario di viaggio sulle orme di Robert Walser

Un diario di viaggio a Herisau, nella Svizzera tedesca, dove Robert Walser ha vissuto, internato in manicomio, per ventitré anni, la parte finale della sua vita.

“Negli anni in cui il male di vivere si era fatto più intenso e la sottile scorza che ricopre la nuda vita si era crepata, forse nulla mi ha dato più conforto dei libri di Robert Walser. (…) Per questo andrò a Herisau”.

 

Il libro in breve

Nel primo pomeriggio del giorno di Natale del 1956, il corpo senza vita di Robert Walser fu trovato lungo un sentiero di montagna.

La celebre fotografia in bianco e nero scattata da un anonimo poliziotto accorso sul posto, e riprodotta su ogni libro dedicato allo scrittore svizzero, lo ritrae disteso sulla neve, adagiato nel bianco.

Verso il bianco è un pellegrinaggio nei luoghi walseriani, come lo definisce lo stesso autore, una sfida e uno scavo. Paolo Miorandi procede, dal capitolo 7 (sette sono le orme di Walser nella neve) al capitolo 1, che è l’ultimo, viaggiando a ritroso in una delle più profonde ed eccentriche esperienze letterarie del Novecento.

Robert Walser, introverso ironico e visionario, amato e ammirato da Kafka e Benjamin, da Musil e Herman Hesse, come da molti altri numi tutelari che hanno cercato di carpirne il segreto – Canetti, Sebald, Seelig – e considerato tra i massimi autori di lingua tedesca del secolo, rimane oggi tra i più invisibili. Ma Gianni Celati ci conforta: “Con l’epidemia di romanzi d’attualità che c’è in giro, e il conseguente crollo dell’intelligenza, Walser resta una specie di luce, un’energia che i media non hanno ancora divulgato e perciò svuotato”.

 

Anteprima

Siamo all’inizio di gennaio del 1944. È quasi mezzogiorno. Walser sta camminando da qualche ora con Carl Seelig, l’uomo che per primo si è preso a cuore la vicenda umana dello scrittore e che, più di ogni altro, ha contribuito a fare in modo che le sue parole non andassero disperse.
Seelig, dopo aver aspettato a lungo il momento adatto, dice a Walser che la sorella Lisa, gravemente malata in un ospedale di Berna, ha espresso il desiderio di vederlo. Lo scrittore oppone un immediato rifiuto alla proposta di Seelig di accompagnarlo all’ospedale. Dice che da Berna è stato scacciato e che ne va del suo onore. Dice che è «inchiodato» a Herisau dove, in manicomio, deve attendere ai suoi «doveri quotidiani». Ma soprattutto, continua, «sono sordo ai richiami sentimentali».
All’insistenza di Seelig che gli ricorda le gravi condizioni in cui versa la sorella, Walser ribatte: «Ebbene, in nome di Dio, non ci vedremo più, ecco tutto. Questo è il destino umano. Anch’io un giorno dovrò morire da solo».

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Nel suo appassionato omaggio a Walser, W.G. Sebald ha fatto notare che esistono sette ritratti dello scrittore svizzero, sette fotografie formato tessera che segnano le tappe della sua vita, o le stazioni di un silenzioso precipitare.
I ritratti mostrano ogni volta una persona diversa. Si comincia con un ragazzo dallo sguardo sospettoso che getta le sue prime occhiate dalla finestra della vita e si termina col paziente di un manicomio, un vecchio dall’aria disperata e assente, un uomo, come ha annotato Sebald, allo stesso tempo distrutto e salvato.