Sicilia Express

Il quarto volume della collana I viaggi senz’auto. I nostri due “terranauti” questa volta per viaggiare scelgono il treno: un libro di viaggio e una guida, con la meraviglia per una inedita Sicilia ferroviaria e la bellezza delle linee secondarie: dalla Sicilia orientale alla costa occidentale fino ad Agrigento dopo aver preso il treno del Barocco che da Siracusa va a Noto per poi risalire su, via Modica, Ragusa fino a Gela e oltre. Anche Palermo, certo, Trapani, Enna e Caltanissetta…

Prefazione di Franco La Cecla
15,50 13,20
Il libro in breve

Con Paolo Merlini scopriamo le stazioni, i depositi ferroviari, i musei a tema e i convogli storici, con Maurizio Silvestri incontriamo soprattutto le persone e le loro storie: una ragazza etnea che coltiva i suoi pistacchi sulla lava, un tuffo nel cioccolato insieme a donna Elvira o nel vino “marsala” pre british con Nino, un giro con Giulia sui torroncini siciliani, e molto altro ancora.

 

Anteprima

«L’esperienza della Sicilia in treno è unica e questo libro ha il pregio di fare la fatica dei giri perigliosi di chi preferisce il binario alla gomma […]. Gli occhi fanno sinistra destra e ritorno sulla pagina come lo facevano un attimo fa al finestrino. Il treno legge il paesaggio mentre voi leggete la pagina […]. Il treno è letteratura. È scoprire che alle stazioni vendono i libretti blu di Camilleri, ma anche la Diceria dell’untore di Bufalino. Il treno è il contadino sprovveduto di Sciascia che sale ad Agrigento e domanda al bigliettaio: “Questo treno va a Palermo?” e riceve la risposta gorgiana (Gorgia di Lentini, in provincia di Catania, patria del filosofo Sgalambro): “Almeno”. Diventa dunque sofisma, dubbio se davvero questo movimento porti da qualche parte, o non sia invece fine a sé stesso. È l’idea che assale il viaggiatore interno, quello che prende “littorine” e ferrovie locali. Ci sono stazioni sulla linea Palermo-Trapani, stazioni sulla linea Palermo-Modica o Palermo-Catania che uno si pone davvero la questione. Ci muoviamo stando fermi? Andiamo davvero da qualche parte? Ed è una questione universale, badiamo bene! […]».

(dalla prefazione di Franco La Cecla)

 

SCIROCCU PISCISTOCCU MALANOVA

Sciroccu piscistoccu malanova, sciroccu piscistoccu malanova, sciroccupiscitoccumalanova. Mastico le parole come una formula magica, le ripeto come un mantra sempre più veloce mentre guardo il mare increspato dall’andirivieni dei traghetti. Non ce la faccio a togliermela dalla testa da quando me l’ha detta con una bella voce roca l’autista che guidava pianissimo il bus che mi ha portato sino a Torre Faro. Non è che gli avessi dato molto peso, e dopo che abbiamo pure attraversato nell’ordine i borghi di Paradiso, Contemplazione e Pace per qualche secondo ho avuto il dubbio che stessi sognando. Invece sciroccu piscistoccu malanova è proprio la formula che riassume i tre elementi costituenti dello Stretto, la trimurti laica di Messina: lo scirocco che batte sovente lo Stretto, lo stoccafisso alla messinese (a ghiotta, dicono), cucinato con un bel sugo di pomodori capperi e olive, e infine la malanova, che rappresenta l’esprit di Messina, la malasorte che ciclica e puntuale sembra colpire la città, ma potrebbe anche essere la malinconia che ti prende quando arrivi, perché Messina, dai tempi di Omero, è la città da cui si lascia la Sicilia. In ogni caso un giorno di sciroccu piscistoccu e malanova è un giornataccia, di luce cinerea e umore nero. Niente a che vedere con la giornata di oggi, in cui un maestrale livido e affilato come una lama taglia la luce diafana dello Stretto. Tutto appare così nitido che l’Italia la potrei quasi toccare dall’altra parte sotto un gruppetto di nuvole assiepate sull’Aspromonte. Pure di stoccafisso nemmeno a parlarne, anche se sulle papille ho ancora impresso il sapore di una “mezza al caffè” con panna. La granita, gusto caffè nemmeno a dirlo, a Messina la chiamano così e va mangiata con il maritozzo d’ordinanza. Davanti a me c’è il mare di Ulisse, se guardo in basso posso vedere il pilone siciliano, bello riverniciato, che guarda quello calabrese dall’altra parte, divisi da poco più di tre chilometri, quelli che dividono l’Europa dal subcontinente siciliano.

(Maurizio Silvestri)

 

RAGUSA-GELA

Valeva la pena fermarsi a Modica, ma adesso il regionale delle 14.13 mi aspettava sul binario numero 2 per portarmi a Ragusa. Quel treno nasceva lì nella città del cioccolato, cioè non proveniva da Siracusa, così quasi tutto il personale di stanza era impegnato nell’allestimento della ALn che, su un binario morto, già scaldava i motori. La stazione, a parte qualche monitor per gli orari e l’onnipresente macchinetta automatica per i biglietti, sia nella struttura sia nelle dotazioni corrispondeva ai racconti di inizio Novecento: il deposito locomotive sul fondo, gli scambi ancora governati tramite vetusti contrappesi manuali chiamati in gergo “macaco”, l’ampia dotazione di binari e forse da qualche parte, cercandola, avrei scovato anche l’immancabile piattaforma girevole, un tempo indispensabile strumento per far girare le vaporiere.
Ero l’unico passeggero a bordo. Il macchinista alla guida aspettò il via libera del capotreno e partì ben consapevole che Ragusa, oggi come ieri, te la devi guadagnare, perché i treni fanno ancora fatica ad affrontare i lunghi chilometri di salita, in gran parte sotto file di gallerie dalle quali anche la mia ALn sarebbe riemersa come un apneista in debito d’ossigeno. L’abitacolo era impregnato di puzze d’altri tempi, gasolio, gas incombusti, olii esausti, per non parlare dei miasmi mefitici emanati dai ferodi dei freni… ma perché frenavamo in salita? L’incubo era ampiamente ripagato dai fugaci scorci sulla città di Ragusa che si avvicinava lentamente e che, come in cartolina, si mostrava nella sua interezza. Mentre salivo ripensavo ai viaggiatori ai tempi del vapore, a bordo di carrozze trainate e molto spesso contemporaneamente spinte da locomotive sbuffanti, il fumo misto alla fuliggine pervadeva gli scompartimenti sporcando e rischiando di soffocare i passeggeri. A conti fatti, a me, turista del ventunesimo secolo, andava molto meglio.

(Paolo Merlini)