Treni in corsa nelle notti di Kyoto

Dopo dieci anni trascorsi in Giappone, Cina e Vietnam, Patrick Holland ci racconta le storie di un occidentale alle prese con la complessità dell’Oriente.

Un viaggio, quello di Holland, che attraversa la regione giapponese del Kansai – da Osaka all’area sacra dell’Oku-no-in – e continua nello Yunnan cinese e nelle città vietnamite di Saigon e La Vang.

Traduzione di Giacomo Falconi
7,4913,50
Il libro in breve

Come la sinuosa Muraglia Cinese, i racconti si snodano uno dopo l’altro, dando voce ai luoghi e alla gente che li abita, disseminati di citazioni di autori classici e moderni – da Calvino a Kawabata a Basho-.

Le riflessioni sul concetto di luogo e non-luogo, mortalità e mutamento, delineano un percorso geografico, sociale e antropologico che passa agilmente da un paese all’altro, come i treni presi in corsa nelle notti di Kyoto.

Anteprima

Acquistai un biglietto dello Shinkansen, il famoso treno proiettile. All’epoca si trattava dell’unico treno che sapessi come prendere. Ne scelsi uno diretto a Tokyo. Si trattava di un viaggio abbastanza lungo da permettermi di dormire, ma non così lungo da causarmi problemi se avessi dovuto tornare a Kyoto. Non sapevo perché considerassi Kyoto la mia base. Non avevo alcun particolare legame con quella città, niente di più rispetto a qualsiasi altra città del paese, nemmeno la speranza di una stanza d’hotel.
Il biglietto senza prenotazione dello Shinkansen mi costò tredicimila yen, circa cento euro. Il prezzo adesso mi sembra eccessivo, ma gli yen mi davano ancora quella sensazione di “soldi giocattolo” che si ha con la valuta straniera all’inizio di un viaggio. Mi giustificai pensando che il costo non era molto superiore a quanto avrei speso per un hotel e comunque, evitando di allontanarmi dai binari, avrei potuto spostarmi comodamente tra Kyoto e Tokyo per tutta la notte.
Mi sedetti al mio posto e sprofondai in un microcosmo di passeggeri in continuo ricambio, seduti uno accanto all’altro in comune solitudine. Vidi i sobborghi di Kyoto svanire via, seguiti da tratti di campagna aperta, delimitati da luci intermittenti e lontane. Il treno viaggiava troppo rapidamente per riuscire a farmi un’idea di paesaggio coerente, figuriamoci cogliere un senso di progressione. Non c’era neppure traccia di quei tipici indicatori di passaggio, come la graduale comparsa di sobborghi e zone residenziali, in grado di segnalare l’approssimarsi delle stazioni, che si palesavano improvvisamente intorno al treno per poi sparire. Le uniche costanti, gli unici elementi ricorrenti erano le luci distanti e imperscrutabili all’orizzonte – o la linea che sembrava l’orizzonte, ma che avrebbe potuto essere anche vicina. Dopo una striscia di oscurità apparve una stazione. Poi i quartieri residenziali. Quindi le zone industriali dall’espansione incontrollata. Poi di nuovo oscurità. E questo ordine veniva costantemente rimescolato. Pensai a Matsuo Basho, poeta di haiku del XVII secolo, e al suo classico “L’angusto sentiero del nord”. Quanto sarebbe improbabile oggi un libro del genere, un’ode alla pazienza e alla capacità di osservazione, un libro che cercasse di catturare la natura del viaggio nel Giappone del XXI secolo così come Basho aveva ricercato quella della sua epoca.