I sogni di un digiunatore

e altre instabili visioni

Storie brevi, brevissime, acidule, sulfuree, di una comicità surreale, a volte involontaria. Sono vicende in apparenza bislacche, improbabili, visionarie, ma in realtà, a modo loro, riflettono le paure, le contraddizioni, le aspettative della nostra incerta quotidianità.

Il libro in breve

C’è la storia di quel tizio che trova due giovani sbandati che fanno l’amore dentro la propria casella postale, o quella dello scrittore che incontra un suo postero in un caffè di Firenze e scopre che i libri che ha scritto non li legge nessuno, o ancora la storia di quel giovane che sta per sposarsi con un’extraterrestre e intraprende un viaggio low cost per Marte o del tale che per tutta la vita è stato perseguitato dal successo.

Ma Paolo Albani racconta anche episodi realmente accaduti come quello dell’italiano Giovanni Succi, digiunatore di mestiere, che fece del digiuno uno spettacolo da fiera e che nel 1886 a Parigi digiunò per trenta giorni consecutivi.

I diversi punti di vista delle storie contenute in questo libro appaiono come riflessi di una visione instabile, fugace, che sembra scomporsi appena dopo essersi fissata sulla pagina. Alludono forse alla precarietà del nostro percepire il mondo e noi stessi come entità separate, un mondo dove tutto cambia di continuo e in fretta mentre noi abbiamo sempre più confusamente l’impressione di continuità, di essere sempre gli stessi.

Anteprima

«Ho bisogno di silenzio», ha poetizzato Alda Merini, senza accorgersi della palese contraddizione: bastava che non avesse scritto «Ho bisogno di silenzio» e la sua voglia di silenzio si sarebbe realizzata al di là di ogni dubbio, credo. «La più vera ragione è di chi tace», ha scritto Eugenio Montale, perdendo anche lui una buona occasione per tacere. A sentire José Saramago, «si dice che ogni persona è un’isola, / e non è vero, / ogni persona è un silenzio, / questo sì, / un silenzio, / ciascuna con il proprio silenzio, / ciascuna con il silenzio che è».
Sembra quasi, a proposito dei poeti (ma non solo), che più si accarezza il desiderio di stare in silenzio e più viene voglia di scrivere sul silenzio, di evocarlo.
Ora io non voglio sembrare troppo semplicista, o peggio ancora banalotto e superficiale, ma mi domando: Santissimo Iddio, se tu hai voglia di silenzio ma allora stattene zitto, taci e basta. Non c’è altra soluzione. Le parole hanno un suono, fanno rumore, scricchiolano come le travi di un vecchio pavimento di legno e perciò, dico io, se ami davvero il silenzio la sola cosa da fare è astenersi dall’uso delle parole, non parlare, non scrivere e godersi il silenzio conseguente.

(da “Il silenzio”)

* * *

Ormai il fronte di guerra fra i seguaci della teoria di Darwin e quelli della teoria del naturalista francese Jean-Baptiste de Lamarck si è paurosamente allargato e tutto fa presagire che presto si arriverà a una sanguinosa resa dei conti […]. Giorni fa, tanto per fare un esempio, un gruppo armato di lamarckisti, indossando tute a forma di scimmia, è entrato in un supermercato di Shrewsbury, capoluogo della contea di Shropshire, non molto lontano dalla frontiera con il Galles, città natale di Darwin, sparando all’impazzata sui clienti al grido di: W Lamarck! Lamarck ha ragione! Trentacinque persone sono rimaste uccise e ventidue ferite, di cui alcune gravemente. Il commando di lamarckisti è riuscito a fuggire dal retro del supermercato facendo perdere le proprie tracce. Sul luogo dell’attentato sono stati rinvenuti volantini inneggianti alla teoria lamarckiana.
Questo ennesimo attentato lamarckiano segue di alcune settimane il bombardamento di aerei da caccia Eurofighter EF-2000 Typhoon, in dotazione all’aviazione darwiniana, sulla città di Amiens, capoluogo della regione della Piccardia, che ha provocato numerose vittime fra la popolazione civile. Nel bombardamento è stata distrutta anche una fabbrica di giraffe di peluche (com’è noto la giraffa è il simbolo dello Stato Lamarckista, perché, al fine di spiegare la sua tesi evoluzionista, Lamarck usò come esempio proprio le giraffe […]).

(da “La guerra delle due teorie”)