29/09/2020

La frontiera spaesata

nybramedia.it - Armando Adolgiso

Qui di seguito riportiamo l’intervista di Armando Adolgiso di nybramedia a Giuseppe A. Samonà:

Scrivi: “Sin da bambino sognavo di viaggiare lontano”. E lo hai fatto. Una tua definizione, quel che significa per te la parola “viaggio” 

Nel folgorante “I viaggi, la morte”, che ho evocato anche nel libro, Gadda spiega, in senso letterale, la sua celebre “dialisi degli umani in sedenti e migranti”, per affermare – dal punto di vista dei “reduci”, cioè di coloro “che tornano dai paesi lontani” – “la desolata vanità del mondo spaziale”… a meno di non mettersi nella prospettiva del “secreto interiore dell’essere”. Questa affermazione non l’avrei capita nei miei vent’anni, quando, appena finita l’università, sono partito solo alla volta dell’India, dove sarei rimasto per ben sette mesi, avido di avventure, di meraviglie sconosciute, di sapere. Eppure, capisco oggi, che sono passati quarant’anni, che già in quel primo “viaggio lungo” – ce ne sarebbero stati altri – volevo conoscere qualcosa che nulla aveva a che fare con la dimensione orizzontale dello spazio: più che i luoghi mi interessavano le persone, le loro storie, che vivono nel tempo. Ecco, negli anni ho capito che il viaggio è per me essenzialmente uno strumento per esplorare il tempo, non lo spazio, anzi, è essenzialmente un mettere il tempo al cuore di tutte le cose, quel tempo che, tornando al testo di Gadda, costituisce appunto il vero “secreto interiore dell’essere” (c’è in questa formula un’eco del ‘secretum’ di Petrarca?).

E quale ruolo ha il tempo nel viaggio…?

I riverberi del tempo nel viaggio, così inteso, sono anche molto concreti: ho sempre concepito il mio viaggiare come uno spostamento lento, a piedi – è molto a piedi, di villaggio in villaggio, che mi sono spostato in quel primo viaggio lungo in India – a momenti quasi una marcia zen, dove le pause, la contemplazione, sia pur in movimento (anche le pause ‘si muovono’), il continuo calarsi verticalmente, appunto per scoprire le storie dei miei incontri, reali o letterari, dissolvono l’insensata fretta dell’andare. In questa prospettiva, la volatile briciola è spesso più interessante del fatto straordinario, il dettaglio più importante del tutto, il margine del centro, ed è assente il bisogno di accumulare freneticamente nozioni, “esperienze”, di vedere tutto – tutti i monumenti, tutti i musei… – perché è esattamente solo nelle schegge che si intravede il senso del fuori e del dentro, cioè si conosce. Del resto, le schegge continuano a muoversi a lungo, e sempre lentamente, una volta il viaggio finito, si ricompongono, tendono a formare un mondo: il viaggio continua – mi verrebbe quasi da dire “comincia”… – dopo il viaggio. E poi questo viaggio concreto ha un inizio e una fine, e non di rado viaggiando immaginiamo di quando, dopo, ricorderemo. Il tempo: come quello del viaggiatore Marco Polo, che Calvino (“Le città invisibili”) oppone allo statico Kublai Kan (di nuovo i “sedenti”, i “migranti”), e che “in ogni nuova città… ritrova il suo passato”, e anzi viaggia “per rivivere” il proprio “passato”, o forse – ma è lo stesso – il proprio “futuro”… O come quello del palestinese Murid al-Barghuthi (“Ho visto Ramallah”) , per cui i luoghi cui desideriamo ritornare non sono luoghi, ma tempo, “spazi di tempo” – è un tempo che riconosciamo quando viaggiamo; “ma è per i luoghi che si combatte” (appunto: le mura, le frontiere…). O ancora quello di Proust, del tempo vero e proprio Maestro, che fa dire a Bergotte morente: “la vita è un viaggio“… Questo celebre detto annassagoreo, sovente ripetuto superficialmente, non assume in questo contesto un’originale “lucentezza”? E attenzione, se ho nominato in queste poche righe ben cinque autori, non è certo per nascondermi dietro le citazioni: il fatto è che la letteratura, il viaggio, nel senso che ha preso negli anni per me, sono intimamente intrecciati. Dice molto borgesianamente il contadino-sapiente de “L’antimonio” (Sciascia, e sei, anzi… sette, se contiamo anche il grande scrittore argentino!) che “il libro è una cosa”…

cioè…?

… e come cosa lo puoi semplicemente guardare, può servire a sostenere un tavolo zoppo, a darlo in testa a qualcuno etc. – ma se lo apri e lo leggi diventa un mondo… “e perché ogni cosa non si dovrebbe aprire e leggere ed essere un mondo?” Ecco: questo parallelismo intrecciato io lo vedo fra viaggio e libro, con la lettura, non riesco più a immaginare l’uno senza l’altro. Entrambi si snodano e raccontano il tempo. Il viaggio, il mio viaggio, è innanzitutto la possibilità di capire determinati “luoghi-tempo” attraverso gli autori le autrici che li hanno raccontati per poi raccontarli a mia volta: il mio viaggio, da molto tempo, è anche un vortice di letteratura.

In particolare come nasce “La frontiera spaesata”?

In “Quelle cose scomparse, parole”, la mia prima opera di letteratura, fra gli amici conosciuta come “il Dizionario”, e che è esplicitamente orientata per esplorare il tempo, c’è una “voce”, una breve prosa, che si chiama proprio “Viaggio lungo” – a un certo punto vi si legge: «… Fino a quando si è tornati per sempre, e non si torna più: perché il lontano si è fatto vicino, e il vicino si è dissolto…». È l’elastico di cui parlo ne “La frontiera spaesata”: il momento in cui la spinta che ti riporta indietro si dissolve, e l’altrove diventa lo chez soi. Non una ‘patria’ (fra virgolette: il termine, per diverse ragioni che sarebbe lungo spiegare qui, non mi è mai piaciuto) ma molte, o nessuna – al mito di Ulisse, in senso superficialmente moderno, che avvalora la necessità di tornare sempre al proprio luogo natale, preferisco quello di Robinson Crusoe, che dice del desiderio di conoscere il non conosciuto (per altro il mito antico di Ulisse, che sia Omero o Dante, per non parlare di Kavafis, racconta altro: l’eroe alla fine riparte, quello che conta in ogni caso è il viaggio…). Concretamente, autobiograficamente, da quarant’anni in Italia, per viverci, appunto ‘non sono tornato più’: New York, Parigi, Montréal sono diventati i miei luoghi, i luoghi in cui ho vissuto, e vivo.

Tornavi talvolta in Italia?

Certo, annualmente ci tornavo, in Italia – ed ecco: innanzitutto, per ragioni affettive, familiari, tornavo a Trieste (io, fuoriuscito dall’altro margine italiano, la Sicilia… Significativo, no?). Trieste – dove già andavo l’estate da ragazzino, è la città di uno dei miei grandi amici d’infanzia, e di sempre – è diventata il mio principale punto di riferimento italiano, e da là ho “sconfinato”, da solo e in compagnia, lo racconto nel libro: viaggiavo ma avevo l’impressione di restare a casa. Gli appunti dei miei grandi viaggi: India, Egitto, Etiopia, Messico, Guatemala… sono ancora nel cassetto. Questo girovagare “balcanico”, che è stato anche un vivere, via via ingrossatosi negli anni, questo “viaggio non viaggio” privo di appunti, ha voluto farsi libro: perché negli anni mi sono reso conto che c’era in queste terre un intrico di dolore e bellezza che riguardava da vicino l’Italia, e anche l’Europa; e in Italia, e anche in Europa, era sostanzialmente sconosciuto. Volevo che i miei amici conoscessero questa bellezza, queste storie, volevo condividerle. Questo libro è un atto di amore. Per gli amici, reali o potenziali – e per la letteratura.

Il titolo del volume e quanto hai finora detto, mi spinge a una domanda: esistono più frontiere o più confini?

Qui me la caverei con una formula: se c’è un confine, nel senso di limite, o persino di muro, c’è quasi sempre, in maggiore o minor misura, una frontiera, nel senso di spazio mischiato, fluido; e viceversa. Ovviamente alcune regioni hanno acquistato una maggiore significatività nell’uno o nell’altro senso: i Balcani hanno la particolarità di aver esaltato entrambi gli aspetti, il sanguinoso muro, la mescolata frontiera…

Si parla molto di storia nelle tue pagine, eppure tieni a dire che “non è un libro di Storia”. Puoi precisare questa (almeno apparente) contraddizione?

A un primo livello potrei dire che il libro si nutre di Storia e del lavoro di storici importanti – vedi a questo proposito la bibliografia finale – a volte la riprende, la Storia, è il suo fondamento, uno dei suoi fondamenti, ma non il fine della sua narrazione. A un secondo livello, mi verrebbe da dire in generale che lo spaesamento, le frontiere fluide, che nel libro vanno al di là dei popoli, delle lingue etc. (ricordo quelle fra follia e normalità, fra maschile e femminile, fra umanità e animalità etc.), concernono anche il genere del libro: che non è un manuale di storia, appunto, non è poesia, non è un romanzo, non è una guida, non è un diario di bordo… ed è anche tutte queste cose insieme. Alla frontiera fra generi, ecco. Del resto, nello stesso senso, mi rivolgo a lettori diversi: da quello che cerca un approfondimento storico a quello che cerca il brivido misterioso del romanzo, o della poesia. A quoi bon “separare” i lettori?

Perché definisci “inafferrabili” i Balcani?

Innanzitutto, una suggestione letteraria: per chi non li conosce i Balcani, un po’ come la Patagonia, hanno una sorta di aura mitica, evocano in sé un territorio infinito, dai contorni confusi. Più concretamente, per Balcani s’intendono cose diverse dal punto di vista della letteratura, appunto, della geografia, della Storia, delle storie… Pessoa diceva che “i viaggi sono i viaggiatori”, e ancora che “ciò che vediamo non è ciò che vediamo ma ciò che siamo”. L’inafferrabilità dei Balcani, e di tutte le frontiere-spazio-fluido, rimanda alla nostra propria inafferrabilità, in quanto umani. Se ne dicessi di più farei da spoiler al libro, di cui questo è un asse importante.

Il frazionamento politico della Jugoslavia si è riflesso anche nelle arti (letteratura, cinema, teatro)? Oppure è ancora leggibile un, sia pure remoto, “genius loci” comune?

La risposta è sì a entrambe le questioni, che dovrebbero escludersi: è la contraddizione che attraversa tutto il libro. Anzi: è il libro! E il genius loci, che io chiamerei semplicemente polifonico laboratorio culturale, è ben più ricco, ‘europeamente’ speranzoso, di quanto il frazionamento, e le guerre devastanti, farebbero credere. È l’antidoto al demone del nazionalismo, che è sempre forte, e in agguato.

Recensione a

La frontiera spaesata

di Giuseppe A. Samonà

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