24/09/2018

“Le chien, la neige, un pied”. Un roman de Claudio Morandini

ViceVersa - Giuseppe A. Samonà

Vi proponiamo la traduzione della recensione di Giuseppe A. Samonà che parla del libro “Neve, cane, piede”, edito in Francia da Éditions Anacharsis.

Per leggere l’articolo originale clicca qui.

 

Neve, cane, piede. Un romanzo di Claudio Morandini.

Giuseppe A. Samonà

 

Un uomo, trasferitosi da poco in alta montagna per ragioni di salute, legge sul giornale di un cane, in Germania, che sa parlare (in tedesco ovviamente…) Capisce allora che anche il suo cane, Argo, ne è capace, e sta zitto per sola ostinazione. Così, per vincere la noia delle sue interminabili giornate, decide di educarlo, anzi, di insegnargli l’italiano. Argo non riesce a imparare, o comunque rifiuta di pronunciare la lingua umana, ma l’uomo finisce con il comprendere quella del cane: e per la nostra scienza, per il nostro piacere (di umani!), ne raccoglie, traducendole in italiano, le riflessioni, la visione del mondo. È il contenuto di Argo e il suo padrone il racconto – letto e riletto – che più amo di Svevo, e che purtroppo s’interrompe bruscamente, nel bel mezzo di un’ennesima considerazione olfattiva: sono gli odori, infatti, il centro dei ricordi e delle osservazioni del cane. Ecco, il recentissimo romanzo di Claudio Morandini, Neve, cane, piede, mi ha conquistato sin dalle prime righe; e rapidamente, avanzando nella lettura, ho capito che parte importante del piacere provato era dovuto alla felice impressione di essermi imbattuto in un’originale continuazione, anche se con un diverso itinerario, di quel magnifico racconto incompiuto– e questa impressione è rimasta intatta, insieme a un senso come di sollievo, sino alla fine.

 

Certo, in entrambe le opere agiscono cani parlanti, si filosofeggia sugli odori, o ancora ci si ritrova fra valle e montagna, o ai suoi margini. Tuttavia, ai miei occhi, il nesso è più profondo, e risiede nel modo in cui in entrambi i casi, sia pure con stili differenti, si snoda la scrittura: senza vezzi, quasi arida, crudele, immobile, come sanno esserlo le cose – quasi che anche i sentimenti, attraverso le parole, acquistassero i contorni, la consistenza delle pietre. (Mi è sempre sembrato che la maestria di Svevo nel raccontare i meandri della psiche risieda proprio nella sua capacità d’incastrarli per sempre nella pagina come fossero scheggie di roccia, natura morta, che anche si può sezionare, per meglio analizzarla, con scienza e ironia). Così, nel breve romanzo di Morandini, i sentimenti diventano anch’essi fatti, e insieme agli altri fatti sono come essiccati, impagliati, e fissati sulla pagina: e proprio per questo colpiscono il lettore, e lo interpellano sul suo proprio sentire. Almeno, quei lettori che, come me, soffrono l’odierna proliferazione di parole, di cronaca, di autobiografismo narcisistico di primo livello, che tanto stordisce e affoga da diversi anni la nostra letteratura (penso a quella italiana come a quella francese). Qui no, qui c’è una storia vera, cruda, anche violenta, e nel nel contempo anche favola, che tuttavia ci appare come un’evidente realtà, e avvince e fa sognare, e molto dice, trasportandoci ai confini della società, sul come siamo fatti noi uomini, noi bestie.  Perché nei confini impariamo che fra noi e gli animali, persino fra noi e gli alberi, o le rocce, o ancora fra i vivi e i morti , le differenze sono spesso diverse da quelle che ci sono state insegnate, meno marcate, e comunque a volte si spostano, imprevedibilmente, si dissolvono.

 

Il cane di Morandini infatti, a differenza di quello di Svevo, parla con facilità. Anzi, non ha bisogno di preamboli narrativi, di spiegazioni – la sua parola irrompe diretta, improvvisa, e non ce ne accorgiamo neanche: la forza del racconto sta proprio nel riuscire a far passare questa parola come ovvia, naturale. Del resto, non è il cane a parlare il linguaggio dell’uomo; ma sono l’uomo e il cane insieme a parlare uno stesso linguaggio che, miracolo, è lo stesso anche di quello del lettore, che diventa così anche lui, in qualche modo parte della storia. È una sorta di linguaggio universale, come se un velo si fosse strappato e noi, finalmente, potessimo vedere dentro al mondo in cui viviamo: parlano anche gli uccelli, o persino i cadaveri – ed anche se non capita, si capisce che potrebbero parlare anche i monti, gli alberi, probabilmente la stessa neve, onnipresente, quasi un personaggio lei stessa. Verrebbe da pensare alla lingua del Paradiso, se non fosse che l’ombra della tragedia si allunga sopra quest’armoniosa coabitazione delle specie – o forse è proprio per questo: l’agguato della morte, la catastrofe, non fanno forse parte dell’Eden? E questo stesso Eden non potrebbe trovarsi alle frontiere instabili, a volte brutali, violente, fra la ragione e la follia, l’uomo e la natura?

 

In ogni caso, questi altri interventi sono accessori: il cuore di questa parola, e della visione del mondo che ci rivela, pulsa nei dialoghi fra l’uomo e il cane. La loro relazione parlata è la luce che attraversa il racconto.  E c’è di più: con i suoi gesti e le sue osservazioni, con le sue domande, con la sua saggezza ingenua, è il cane, più dell’uomo, a essere il nostro faro, il nostro punto di riferimento, sino a diventare un vero e proprio maestro di di vita – e come tutti i veri maestri, nel breve tempo, la sua missione fallisce: ma i semi che getta (qui: nel lettore) continuano a maturare… Coluche diceva per ridere (per ridere?) che i figli sono per quelli che non possono avere cani…  In questo breve romanzo andiamo più lontano, finendo per guardare il mondo con gli occhi di un cane, anzi, del cane (a differenza di quello di Svevo, il cane non ha un nome, potrebbe essere qualunque cane). Insomma, non è il cane a umanizzarsi, ma l’uomo, l’essere umano (quello dentro il libro, e quello che lo legge) a caninizzarsi. Come se solo diventando noi stessi cani, e poi forse uccelli, cadaveri, cose, potessimo liberare la parte più bella, più umana, della nostra umanità.

 

Della storia, dell’intreccio, non dico altro, non dico nulla: seguirne, ignari, lo svolgimento insieme dolce e terribile, imprevedibile, è fondamentale alla magia del libro. Preciso solo che io l’ho letto in italiano, ma ci ho scritto sopra innanzitutto in francese, per la rivista franco-canadese ViceVersa (http://viceversaonline.ca/2017/09/la-neige-le-chien-un-pied-un-roman-de-claudio-morandini/): semplicemente perché da pochi mesi il romanzo è uscito in Francia, e merita che lo si legga, e se ne parli, anche qui.  (Mi sembra significativo che la traduzione abbia scelto, nel titolo, di introdurre due livelli di articolo, determinativo e indeterminativo; e sopratutto di mettere « il cane » in prima posizione, come a volergli dare un rilievo particolare…)

 

Claudio Morandini, Neve, cane, piede, Roma: Exorma, 2015; Le chien, la neige, un pied, Paris: Anacharsis, 2017

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(Quando dopo il libro ho visto che c’era la “storia di questa storia” ho aspettato a leggerla: non mi piace molto sapere, non subito almeno, come nascono le storie, né chi sono veramente gli autori – ho sempre paura che questo mi distragga dall’unica cosa che mi interessa: appunto, la storia. Ma poi mi ci sono buttato dentro, alla caccia di una conferma delle mie suggestioni. Ho trovato, fra altre cose, un riferimento alla Febbre dell’oro di Chaplin, che mi è sembrato così lampante dal chiedermi come mai non ci avessi pensato da subito; e anzi, ho finito con convincermi che ci avevo pensato! E poi altre referenze letterarie, cui non avevo pensato affatto; anzi, che non conoscevo proprio: Leo Tuor, Oscar Peer, Arno Camenisch, Jacques Chessex… E mi è venuta voglia di conoscerli, ho cominciato a farlo. Però del racconto di Svevo non ho trovato traccia; e mi è rimasta addosso la curiosità di chiedere a Morandini se l’abbia letto e se, magari après coup, ci ritrovi una familiarità – o forse no: in fondo, la forza dell’arte sta anche nella capacità di suggerire al lettore fili di cui l’autore è, miracolosamente, ignaro. Come se, per dirlo in modo più audace, leggere fosse anch’esso un atto creativo…)”

 

Recensione a

Neve, cane, piede

di Claudio Morandini

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13,00 11,00


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